Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

venerdì 3 luglio 2020

Il Buio oltre la notte

Settimo romanzo di Connelly per la serie di Bosch. Quindi, per chi non lo conoscesse, probabilmente le vicende del poliziotto di L.A. possono risultare interessanti, ma forse un pochino slegate, specialmente in questo romanzo, in cui il protagonista si trova suo malgrado ad essere co-protagonista, sospettato di omicidio da un suo amico, ex-poliziotto. Una storia abbastanza intricata, piena di significato, soprattutto per quella che è l'anima del poliziotto di L.A. che ha un'idea molto personale del modo di intraprendere le indagini, e di quali sono i limiti a cui attenersi.
E' dunque difficile definire il personaggio, Bosch, che qui viene "vivisezionato" per il suo operato, per la sua morale, per il suo passato ed il suo presente, cosa successa anche nel capitolo in cui si indaga sulla morte della madre, e sull'indagine che lui porta avanti autonomamente da molto tempo.
Posso comunque dire che anche per chi si accostasse per la prima volta alle vicende di Bosch, per quanto sia caldamente consigliata una lettura cronologica dei romanzi, questo capitolo può risultare molto interessante, ricco e avvincente per tutti, anche per i "novellini".
Come accennavo il vero protagonista qui non è effettivamente Harry, ma più correttamente Terry McCaleb, ex- poliziotto, protagonista di un precedente romanzo, "Il Poeta", in cui le conseguenze del caso lo hanno portato a ritirarsi dalla polizia. Qui Terry indaga, solo di supporto alla polizia, su un caso di omicidio; ma come è facile immaginare, per un ex-poliziotto appassionarsi ad un caso è semplice, e farsi travolgere dalle conseguenze è inevitabile.
Non mi dilungherò nel descrivere la trama, che è possibile leggere qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Il_buio_oltre_la_notte
ma vorrei dare una mia opinione su questo capitolo della "vita" di Bosch. Un capitolo interessante, diverso, intrigante, che mette in luce ancor di più le luci e le ombre che caratterizzano questo personaggio, ormai quasi una figura tridimensionale per chi lo segue dalle sue prime avventure, perchè il suo carattere è talmente ben delineato che diventa molto semplice immaginarlo come un conoscente, qualcuno di cui ormai si conoscono gusti e difetti.
Voto con un bel 9 questo romanzo, non il massimo, dato che il vero protagonista rimane un po' sullo sfondo e questo si fa sentire un pochino nel ritmo del romanzo, però comunque un buon voto, in quanto la scrittura di Connelly non si smentisce, e la sua narrazione è sempre interessante e coinvolgente, e ti invoglia a scoprire sempre di più anche quando il capitolo finisce, perchè la storia dei personaggi continua.

T.M.

venerdì 15 maggio 2020

I peccati di Peyton Place


Non mi sarei mai aspettato che questo libro fosse così coinvolgente. E' vero che ho fatto un po' fatica a terminarlo, ma solamente per il fatto che questo periodo di quarantena, nonostante le mie aspettative, non mi ha molto invogliato alla lettura, anzi, il contrario. Probabilmente perché questa "attesa", che ognuno di noi porta dentro in questo periodo di incertezze, ci spinge a non approcciarci al meglio alla lettura, la quale dovrebbe essere un momento rilassante, in cui staccare la mente per lasciarci trasportare altrove, ma paradossalmente, quando lo si fa, ci si accorge che quello che succede "qui e ora" è molto più importante, e quindi non si ha la serenità giusta per lasciarsi andare. Forse. Ma probabilmente per ognuno è diverso.
Ritornando alla recensione, posso dire che questo romanzo non ha nulla di quello che ci si aspetterebbe dalle opinioni che si trovano in giro, quale "romanzo rosa", opera "piccante" che molti leggevano di nascosto, perché quando uscì certe storie non erano permesse, o comunque erano viste di cattivo occhio.
Quest'opera, seppur non eccelsa, racchiude un importante esempio di letteratura psicologica, o per meglio dire antropologica, dove i sentimenti e le pulsioni delle persone vengono analizzati senza timore, e viene fatto dai protagonisti stessi. Ogni storia raccontata, o meglio, la storia di ogni singolo personaggio, è un appassionante specchio delle emozioni delle persone, quei sentimenti che fino a pochi anni fa, e qualche volta anche tutt'ora, non vengono confessati. Questo tipo di "analisi" rispecchia un po' la narrativa di Stephen King, e infatti lui stesso racconta di essersi appassionato a questo romanzo. Non a caso molti romanzi di King sono principalmente focalizzati sulle piccole comunità e sui loro segreti inconfessati, sulle tensioni che si generano tra gli abitanti e sui problemi che possono scaturire quanto questi segreti vengono allo scoperto.
Peyton Place è molto più di un "romanzo rosa" , dentro questo racconto c'è la vita delle persone, le loro paure, le loro speranze e i loro sogni infranti, spesso a causa delle altre persone, spesso per la paura, quella paura che domina ognuno di noi almeno una volta nella vita e che ci blocca, facendoci chiedere chi è davvero il mostro che ci spaventa tanto, e quanto sia reale. Se sia dentro o fuori di noi. Se siamo noi, o siano gli altri. Se sono i nostri amici, o quelli che si definiscono tali. Insomma, i mostri si nascondono ovunque, e troppo spesso hanno un sorriso stampato sul volto. Solo che invece di un sorriso nasconde un ghigno.

T.M.

mercoledì 27 luglio 2016

Mia cugina Rachele - Daphne Du Maurier

Ho iniziato questo libro all'oscuro di ogni informazione sulla scrittrice; certo conoscevo quello è che considerato il suo capolavoro, "Rebecca, la prima moglie", ma non ero al corrente di nessuna opinione in merito al suo modo di scrivere ed alla sua popolarità. 
Inoltre mi sono approcciato a questa nuova lettura dopo un periodo di letture un po' deludenti, e quindi anche abbastanza timoroso di trovare qualcosa che non attirasse a sufficienza la mia attenzione; ma non appena ho iniziato il primo capitolo sono stato catturato da questo splendido romanzo. I personaggi, lo stile, l'ambientazione, l'intreccio, tutti gli elementi che lo compongono hanno risvegliato in me un interesse quasi ossessivo, ed è quindi diventata una di quelle letture che non puoi far a meno di abbandonare, che ogni volta che metti da parte non vedi l'ora di ritornare a recuperare per proseguire la storia. 
La vicenda di Rachele ci fa pensare a qualcosa di abbastanza scontato, eppure man mano che si procede con la lettura emergono sempre nuovi elementi che mettono in dubbio quello che pensiamo di credere. Più la storia prosegue e più noi entriamo in un mondo dove i personaggi si scontrano e si fondono, si dividono e si ritrovano, appaiono furbi e poi indifesi, e di nuovo calcolatori, ma forse solo vittime delle emozioni; insomma questi personaggi ci fanno venire il dubbio che non sappiano nemmeno loro da che parte stanno, un po' vittime degli eventi e un po' architetti delle loro storie, come il progetto che viene messo in piedi per ridare un nuovo volto alla casa in cui vivono i protagonisti, una casa ricca di ricordi, eppure bisognosa di tante cure, una casa che vorrebbe restare bloccata nel suo passato ma che allo stesso tempo esige di proiettarsi verso un futuro nuovo, assieme ai suoi inquilini. 
Ma come si suol dire, non è tutto oro quel che luccica, e basta mettere un piede in fallo per far crollare ogni apparenza, e ciò che poteva sembrare irrecuperabile diventa assolutamente possibile, come quello che poteva sembrare un veleno per l'anima può essere in realtà solamente un grande affetto a lungo rifiutato. 
Questo libro mostra come possiamo credere di vedere ciò che vogliamo, anche quando è perfettamente evidente di fronte ai nostri occhi, l'unico problema è quando decidiamo di accettarlo, buono o cattivo che sia, affrontandolo di petto, senza mettere in mezzo nè il cuore nè la ragione. 
Voto con un bel 10, mi sento veramente di considerarla una lettura magnifica. 

My Cousin Rachel 1952 Trailer

giovedì 2 giugno 2016

Il canyon delle ombre - Clive Barker

Ho resistito per 400 pagine, poi sinceramente è stato troppo per me. Nelle ultime 200 pagine ho saltellato qua e là (e credetemi che la comprensione del testo non ne ha risentito minimamente, un po' come quando si guarda "Beautiful" in TV e non si perde mai il filo della trama perchè comunque i personaggi non combinano gran che e la trama non procede così velocemente) arrivando alla fine e facendomi un'idea del procedere degli avvenimenti che concludevano questa storia tanto assurda quanto banale.
Il mio difetto è di non saper lasciare andare i libri quando non si meritano la giusta attenzione, intendo quando veramente ci si rende conto che non hanno il valore che ci si aspetta e non quando invece si è scelto solo il momento sbagliato per leggerli. 
Non ho molte parole da spendere si questo libro, anche perchè credo ne abbia spese fin troppe l'autore per scriverlo, parole inutili che si poteva risparmiare, ed utilizzate nemmeno nel modo più brillante in cui si poteva farlo. Lo hanno paragonato a King, ma francamente anche il peggiore "King" che ho letto (e mi riferisco alla "Storia di Lisey", che stranamente in alcune parti mi ha ricordato questa trama) è stato molto più interessante di questo testo, soprattutto per il modo in cui era scritto, mentre qui si trovano una serie di banalità, un'accozzaglia di personaggi e di fatti, spesso slegati, a volte insignificanti, ma il più delle volte ridicoli. 
Arrivato alla 400esima pagina l'assurdità degli eventi era arrivata ad un punto tale che non ho potuto non aprire gli occhi e dirmi che non si meritava dell'altro tempo da parte mia. Mi aveva prosciugato fin troppo. 
Mi dispiace da un lato, perchè Barker non è un cattivo autore, ma in questo testo sembra essersi perso, e persino dove King si perde nei meandri della sua mente allucinata riesce comunque a mantenere una certa lucidità, per lo meno una coerenza d'insieme che determina un certo ritmo della storia, come una colonna sonora, che forse non giungerà mai ad una fine coerente, ma di sicuro ti accompagna alla conclusione senza deluderti troppo durante il percorso. 
Voto con un 4. 

T.M.

lunedì 1 febbraio 2016

L'usanza del paese - Edith Wharton

Sono qui finalmente a parlare di questo romanzo che ha accompagnato molte delle mie serate ultimamente, e nonostante ritenga siano troppe nella media dei miei tempi di lettura abituali, posso solo incolpare me stesso e la poca costanza che ho messo nel proseguire abitualmente la lettura, ma per il resto il romanzo merita ogni istante che gli ho dedicato.
Se non sapessi che questo romanzo è stato scritto nei primi anni del novecento direi che rispecchia benissimo le situazioni che possiamo trovare comunemente nei romanzi di Candace Bushnell, come "New York sexy", sebbene innegabilmente scritto meglio, ammettiamolo, la prosa della Wharton non ha nulla di paragonabile a quella della Bushnell, per quanto anch'essa possa essere una brava narratrice. Resta il fatto che questa caratteristica ne fa davvero una lettura per tutti, anche per chi pensa che un romanzo dell'autrice di "L'età dell'innocenza" possa essere un obiettivo troppo alto; la Wharton è in grado di parlare a tutti, e lo fa in modo estremamente intrigante e seducente, nonchè splendido e raffinato.
L'autrice ci porta all'interno dei più bei salotti newyorkesi facendoci respirare l'aria snob che potremmo respirare ora in un qualsiasi attico della grande mela. E ci trascina poi nella pomposa Parigi dei primi del novecento, che poco si discosta dall'altezzosa metropoli che ci possiamo trovare di fronte ora. Insomma, sono luoghi "conosciuti" che ci fanno respirare aria di contemporaneità, sebbene la storia ci trasporti comunque in una dimensione parallela dove le usanze del paese sono "leggermente" diverse, ma non meno rigide di quelle che potremmo trovare ora.
Undine, la protagonista, si muove in ogni ambiente con un'apparente sicurezza che trasuda un costante terrore di apparire....nel modo sbagliato. Undine, un personaggio terribilmente ostinato, eppure con un fascino perverso; la sua figura ci ammalia non tanto per la sua bellezza quanto per la spudoratezza con cui si immerge in qualsiasi situazione mettendo davanti ad ogni cosa i propri desideri materiali, facendola apparire la cosa più normale che esista al mondo. Eppure Undine appare un personaggio estremamente fragile, ci sono momenti in cui la si vorrebbe proteggere, specialmente quando, in presenza del vecchio amico Elmer Moffat, abbandona ogni resistenza e si spoglia di ogni sua maschera per mostrare veramente il suo spirito dichiaratamente materialista. E' forse in questi momenti che la si apprezza meglio, perchè non mente a nessuno, soprattutto a se stessa, mentre nel resto del romanzo Undine appare come una persona che costruisce il proprio futuro sulle menzogne, quelle bugie che in qualche modo la possono rendere più affascinante agli occhi altrui, ma che invece a lungo andare non fanno che logorare il sentiero che ha deciso di percorrere, rischiando di farla precipitare nel bel mezzo del nulla che si è creata attorno.
Ci sarebbe da scrivere pagine e pagine su questo personaggio, ci sarebbe da dilungarsi sulla sfrontatezza che usa nei confronti dei propri genitori, oppure il quasi totale disinteresse nei confronti del figlio, oppure la freddezza con cui tratta ogni suo amante una volta ottenuto quello che credeva di desiderare. Insomma, Undine fa parlare di sè, anche quando si vorrebbe relegarla in qualche angolo nascosto dal quale non possa nuocere a nessuno, perchè questa donna riemerge ancora più forte di prima, perchè il suo ricordo, anche per chi l'ha solo intravista, non può essere cancellato; Undine è una donna che sa come far parlare di sè, e nonostante non si sia mai adeguata all'usanza del paese, nonostante abbia sempre fatto di tutto per comprenderla ma gli sia sempre sfuggito l'elemento essenziale che le permettesse di conciliare la sua vita con quella delle persone che le stavano attorno, alla fine questa donna non può far altro che accettare se stessa e prendere coscienza che solo nel proprio ambiente, e restando fermamente sè stessi, si può vivere, altrimenti si è sempre condannati a sopravvivere, perchè l'uomo non è un animale che sa adattarsi facilmente ai nuovi ambienti, soprattutto l'uomo Americano.
Voto con un 9,5 e lo consiglio a tutti, come una lettura spassosa, ma allo stesso tempo decisamente profonda.

T.M.

lunedì 23 novembre 2015

Hunger Games - La trilogia cinematografica

Arrivato all'ultimo capitolo della trilogia cinematografica (anche se con mio rammarico non ho ancora letto i libri originali) posso finalmente esprimere la mia opinione su questa saga che mi ha incuriosito in questi ultimi anni. 
Devo dire che francamente il mio interesse è sceso in modo esponenziale dal primo capitolo all'ultimo, e già questo non è stato un buon segno, ma ovviamente non potevo permettermi di non vedere tutti i film per potermi fare un'idea complessiva della storia e comunque del progetto cinematografico. In qualche modo, arrivato alla fine, posso dire che, se si riguardano di seguito, i quattro film si può apprezzare di più la complessità della vicenda, che non nella frammentarietà data dallo spazio che intercorre tra l'uscita di un film e l'altro.  Quattro capitoli perchè ovviamente come tutte le grandi saghe che si rispettano, negli ultimi anni soprattutto, l'ultimo capitolo deve essere
necessariamente diluito in due film, così da mantenere sempre alto l'interesse dello spettatore (?) e prolungare l'attesa per scoprire finalmente qual è la conclusione di una vicenda piena di imprevisti e colpi di scena. A volte questa "attesa" però diventa decisamente snervante, e fa calare il desiderio, più che aumentarlo, e questa è stata la sensazione che ho provato io man mano che la saga procedeva e i film uscivano al cinema. 
Nel complesso posso dire che la spettacolarità del primo film e soprattutto l'interesse per una vicenda abbastanza fuori dal comune hanno fatto molto presa in me, tanto da spingermi a continuare nella visione della saga; procedendo però mi sono reso conto che la complessità degli elementi inseriti facevano in modo che la storia avesse bisogno di una "lettura" più continuativa, e la divisione in tre capitoli (e quattro film!), almeno per quanto mi riguarda, non ha aiutato molto nella comprensione. E' vero che i temi affrontati e il desiderio di mantenere un personaggio principale, quello della Ghiandaia Imitatrice, come custode di una morale più alta rispetto a quella di tutto il sistema che la circonda, tranne forse del suo compagno e amico di avventure, Peeta Mellark, con il quale sembra avere un rapporto alla pari, fa si che si apprezzi il messaggio più ampio che il film vuole mandare. Se vogliamo si può dire che sia un messaggio anche abbastanza leggibile, poco confuso in quella serie di battaglie che popolano questi tre capitoli, ma pur sempre un messaggio, rivolto ovviamente prima di tutto ai giovani, i destinatari primi di questa serie di libri, che però si fa un po' "trito e ritrito", e che nella conclusione tende a diventare quasi banale e melenso, perdendo della forza originaria, quella del primo capitolo, dove i sentimenti di sincerità e lealtà non erano offuscati dai mille stratagemmi di depistaggi creati per sviluppare una trama ricca di colpi di scena che tendono più all'effettaccio che non al valore simbolico che perduri. 
Un film che parla di lealtà dunque? Direi che alla conclusione sembra che tutto si riduca più a un'dea generale di ribellione più che di forza e lealtà contro il potere negativo di un dittatore. Una ribellione che si riflette tanto nella testardaggine di Katniss quanto nella rivolta dei Distretti, ma che sembra gradualmente perdere la distinzione dalla sua accezione negativa per diventare un'idea confusa offerta gratuitamente senza una vera e propria spiegazione, quasi come un grido di rivolta senza uno scopo. 
Io ho avuto quest'impressione, ma non perchè il messaggio non ci sia, ma solamente perchè a parer mio è stato sviluppato in modo troppo articolato e confuso, cercando più una carica di avventura epica più che la ragionata riflessione su situazioni delicate che possono riguardare ognuno di noi, specialmente adesso. 
In generale mi sento di non poter votare questa saga con più di un 6,5, anche se devo ammettere che per l'idea del capitolo iniziale sarei partito da un bel 8. 

T.M.
 

lunedì 2 novembre 2015

Il segreto di Caspar Jacobi - Alberto Ongaro

Sottilmente perverso. Queste sono le prime parole che mi vengono in mente per descrivere questo romanzo subito dopo la fine della sua lettura. Amo molto Ongaro come autore, in quanto mi sono innamorato del suo romanzo "La taverna del Doge Loredan" che ha saputo ammaliarmi come pochi romanzi di autori italiani. Il romanzo che mi appresto a recensire però, nonostante sia stato molto apprezzato e paragonato a "La taverna del Doge Loredan", non mi ha dato minimamente lo stesso "brivido". 
Come nel tradizionale sistema narrativo di Ongaro si rimane ammaliati dalle vicende, dai personaggi e dalle parole che li uniscono, eppure in questo romanzo non ho trovato lo stesso spirito "burlone" ma allo stesso tempo "mistico" che l'autore aveva saputo trasmettermi negli altri romanzi, e in particolare ne "La taverna del Doge Loredan" per l'appunto. Diciamo che in generale il romanzo procede bene, lasciandosi leggere, ma il tutto rimane tremendamente slegato per ricomporsi (circa) alla fine, ed anche abbastanza sbrigativamente ed in modo anche abbastanza "distaccato", ossia lasciando tutto in mano al lettore. Ok, l'autore ha forse voluto un po' prenderci in giro, quello che ha sapientemente fare in ogni suo romanzo, però qui la cosa gli è riuscita un tantino peggio; sarà l'ambientazione (New York), sarà il periodo, saranno dei personaggi che non si caratterizzano mai lungo tutta la storia, come se il romanzo si stesse scrivendo nello stesso istante in cui viene letto. E' decisamente apprezzabile lo sforzo di creare una suggestione di questo tipo nel lettore, qualcosa che ti permetta di confrontarti con il testo senza subirlo passivamente, eppure allo stesso tempo il sistema utilizzato risulta tremendamente disorientante (volontariamente? boh).
Posso valutare il romanzo solo attraverso due sensazioni: quella percepita durante la lettura, e quella in seguito alla conclusione del romanzo. Nel primo caso mi sono ritrovato in mezzo ad un labirinto di messinscene spesso poco interessanti e quindi "deludenti" per lo sviluppo di un romanzo, anche se poi mi sono reso conto che non era la logica quella che l'autore cercava in questo romanzo, bensì la "non logica", una specie di "mondo delle meraviglie" che scaturisce direttamente dalla testa di un romanziere. La seconda sensazione invece, quella della conclusione, è stata principalmente di sollievo, ma non per aver portato a termine il romanzo, anche perchè come ho detto si fa leggere tranquillamente, anche se non dà grandissime soddisfazioni a livello di "sorprese", ma per il fatto che non appare poi così scontato, e riesce in qualche modo a riscattarsi stravolgendo ulteriormente il piano narrativo e ribaltando chi legge verso l'ipotesi più banale, ma allo stesso tempo la meno ovvia, proprio perchè nasce da un percorso tortuoso "assurdamente logico". 
In poche parole non è semplice valutare questo romanzo, eppure riesce a catturarti in qualche modo, e non ti lascia insoddisfatto. Posso quindi tranquillamente valutarlo con un bel 7, e sarei felicissimo di leggere altri pareri di persone che decideranno di affrontare questa lettura, così da poter in qualche modo confrontarmi con altre "percezioni" di questa storia. 

T.M.

venerdì 23 ottobre 2015

Sconosciuti in treno - Patricia Highsmith

Immancabile: l'angoscia. Come in ogni suo libro la Highsmith riesce a trasmettermi un'ansia e un'angoscia tali che mi sconvolgono sotto ogni punto di vista. Ovviamente un buon segno, che indica quanto i suoi romanzi siano efficaci dal punto di vista della suspense. 
In questo caso la tensione è davvero tanta, ma soprattutto la frenesia dei personaggi avvinghia talmente il lettore da fargli vivere le stesse sensazioni. La narrazione parallela dei due protagonisti fa si che si passi da uno stato di sanità mentale ad uno completamente squilibrato, o annebbiato, a seconda delle circostanze, e mentre la narrazione prosegue queste due sensazioni si fondono, facendo quasi credere al lettore che il protagonista diventi uno solo tanto sono diventate simile le sensazioni dei due. Non posso dire molto di più perchè rischierei di rovinare la parte più bella del libro, ossia lo scoprire come si svolge la storia e come travolge le vicende di ognuno dei due protagonisti; posso però dire che la linea di confine tra sanità di mente e pazzia a volte può risultare davvero sottile, soprattutto quando una persona è sottoposta ad una tale pressione emozionale che sembra far esplodere corpo e mente. E' incredibile come l'autrice riesca a rendere possibile anche quello che credevamo impossibile, ossia come riesca a farci sembrare così normale (o comunque estremamente possibile) la pazzia, anche per chi si crede fermamente convinto di vivere in uno stato di perfetto equilibrio tra corpo e mente. 
Non posso che valutare con un 9 pieno, ed anche se mi rammarico di aver iniziato questo libro in un periodo un po' difficile e quindi di aver un po' arrancato per la prima metà, mi sono reso conto che con lo stato d'animo giusto il resto della storia è scivolato via anche troppo velocemente. Quindi un consiglio: non leggetelo in momenti di forte pressione psicologica, ma solo quando avete la piena coscienza che ciò che state per leggere non può turbare le vostre menti. 

T.M.

martedì 15 settembre 2015

La voce delle ossa - Kathy Reichs

Al contrario della maggior parte dei lettori che hanno stroncato questo titolo non me la sento di parlarne male, anzi, in qualche modo ho trovato dei pregi al suo interno che risollevano un po' la scrittura della Reichs rispetto agli ultimi titoli della saga di Temperance Brennan. 
Ovviamente questo libro e con lui la storia che lo connette, seppur debolmente, agli altri, mi sento di consigliarlo a chi l'autrice la conosce almeno un pochino. Certo la lettura è possibile per tutti, non c'è che dire, ma per chi conosce la Reichs può apprezzare almeno un po' il suo modo di scrivere e quindi tralasciare anche alcune "mancanze" che in questi ultimi capitoli purtroppo ha così platealmente commesso. 
Per entrare nel vivo del commento però direi che questa storia si lascia decisamente leggere; cosa voglio dire: la Reichs riesce a compensare le sue "mancanze", ossia quelle bellissime descrizioni del suo mestiere da antropologa forense che hanno sempre accompagnato i suoi libri e che anche per i profani, che si approcciano per la prima volta a questo mondo, vengono debitamente spiegato con i termini e le descrizioni più chiare e semplici, colmandole con un sistema che vira verso l'avventura, la caccia al colpevole, che anche se tende a snaturare un po' il personaggio di Tempe, facendolo somigliare più ad una poliziotta scapestrata e decisamente poco professionale, riesce a renderlo nuovamente divertente (negli ultimi capitoli credevo che ormai il suo personaggio dovesse fossilizzarsi in un manichino privo di emozioni ed in costante lotta contro il suo antico amore) "salvandolo dall'oblio". 
Forse mi sono concentrato troppo a descrivere il processo narrativo dell'autrice e le sue variazioni più che descrivere l'opera, ma di per se questo romanzo non ha bisogno di grandi descrizioni, appare come un'avventura "senza freni" all'inseguimento del "colpevole", tra false piste e personaggi ambigui, dove forse l'unico dettaglio degno di nota è il lento recupero della relazione tra Tempe e Ryan, che in questo capitolo sembrano aver deposto le armi e tentano di lavorare spalla a spalla (per quel che ci riescono) portando il lettore alla conclusione di un mistero che tanto banale poi non era. 
Valuto con un 6,5 , con la speranza che i prossimi capitoli risollevino ulteriormente il il carattere di questo personaggio che merita veramente di non perdersi nell'oblio dell'ovvio. 

T.M.

lunedì 20 luglio 2015

22/11/'63 - Stephen King

Dire che ho adorato questo libro è decisamente dire poco. Sono fiero di dire che finalmente King mi ha stupito e appassionato come non mi sarei mai aspettato e come francamente non faceva ormai da molto molto tempo. 
Dico questo perchè se ci allontaniamo dalla sua produzione più "vecchia" fatichiamo molto a trovare qualcosa che attiri veramente la nostra attenzione, anche se devo dire che all'uscita di questo romanzo non ho dato molto credito neppure a questo volume, forse perchè l'ambientazione non mi attirava molto. E facevo male! Malissimo! Dopo qualche anno dalla sua uscita l'ho finalmente letto, sotto consiglio di un amico, e sono rimasto più che piacevolmente colpito, sono stato completamente catturato da questa storia, dai suoi personaggi e soprattutto, e sottolineo soprattutto, finalmente da un finale degno di questo nome, qualcosa che conclude la vicenda in modo completo senza però scivolare nell'assurdo, o nel banale. Comunque qualcosa che non è slegato dal resto, come spesso capita ai finali del povero King, sempre così abutuato a raccontare tante belle storie, ma non sapendo mai come concluderle in modo sensato, ammettiamolo. 
22/11/'63 invece ci soddisfa appieno, sotto ogni punto di vista: da una trama scorrevolissima, colpi di scena tenui ma decisamente interessanti, descrizioni romantiche ma non prolisse, personaggi credibili ma non morbosamente maniacali ed esageratamente psicanalizzati. Tutto sembra trovare un eqilibrio, tanto che per un po' ho pensato che non fosse nemmeno davvero il vecchio King a scrivere! Non che non si ritrovi la sua mano, anzi, ma ogni cosa è dosata in modo talmente straordinario che fatichiamo a collegarlo al prolisso, per non dire estenuante, King di "La storia di Lisey", oppure al contorto e maniacale King di "Le creature del buio". Ma non è nemmeno il profondo King di "Shining" o di "Rose Madder", dove ogni parola era tagliente come una coltellata. Qui si assapora ogni momento, ma in piena tranquillità (non noia, badate bene. Non c'è un solo momento di tregua in questa storia). 
Non voglio sbilanciarmi troppo perchè finirei per svelare una storia al contempo semplice ma anche decisamente complessa, perchè nella sua semplicità crea una concatenazione di sentimenti che si trasmettono dal protagonista al lettore tali da rimanerne sbalorditi; infatti leggendo questo romanzo non si può non sentirsi invischiati nelle spire del tempo, tanto che in alcuni momenti viene quasi voglia di scrollarsi per ritornare in sé e fare il punto della situazione, per non parlare del luogo in cui ci si trova, cosa che a momenti desta alcuni dubbi. 
Ok, in poche parole l'ho adorato, e sono sicuro che tanti appassionati di King la penseranno come me, ma anche i nuovi lettori del Maestro non potranno non essere d'accordo, infatti questo romanzo può benissimo essere l'inizio di una grande passione per il vecchio Stephen. 
Voto con un gran bel 10. 

T.M.

sabato 14 febbraio 2015

L' uomo scomparso - Jeffery Deaver

Premesso che sono un fan accanito di Jeffery e sto "percorrendo" la saga di Lincoln Rhyme fin dal primo romanzo. Questo capitolo però mi ha lasciato un tantino perplesso rispetto ai preced
enti. Diciamo che sommariamente il ritmo è rimasto lo stesso, anzi, forse ancor più incalzante; nel complesso però l'opera mi è apparsa alquanto "carica", e a tratti confusa. Deaver sembra aver voluto inserire a forza troppi elementi, talmente tanti che sembrano smaterializzare completamente la trama del romanzo, rendendola un ammasso di tasselli che a stento compongono un quadro generale comprensibile e soprattutto accettabile. Non metto in dubbio la narrazione che è di ottimo livello, specialmente per i primi tre quarti del libro, mentre alla fine comincia a farsi un po' confusa, soprattutto per colpa dei continui colpi di scena. Quello che metto in dubbio è l'idea generale: era davvero necessario architettare una storia così complessa per raccontare la vicenda di un illusionista che vuole riscattarsi? Il tema di fondo è anche interessante, e soprattutto si presta benissimo ad essere utilizzato dal grande Deaver, infatti l'illusionismo e tutti i trucchi correlati fanno in modo che le vicende siano ancor più avvincenti ed enigmatiche, solo che mi sono reso conto che rispetto ad altri romanzi lo scrittore non spiega gradualmente i ragionamenti dietro alle analisi di Rhyme, per farci arrivare poi alle sue scoperte, ma piuttosto opta per il colpo di scena che viene poi svelato attraverso la spiegazione del modo in cui si è arrivati a tali conclusioni, una narrazione al contrario che compromette un po' il tutto, perchè anche se da una parte ci fa vivere la sorpresa, dall'altra non ci da la giusta suspense che ci si aspetterebbe da questi romanzi, quell'adrenalina derivante dalla ricerca fatta dai protagonisti per arrivare gradualmente alla soluzione di un enigma. Insomma, in poche parole la struttura, leggermente cambiata, compromette un po' il tutto, e la trama, un tantino abusata, storpia la conclusione del tutto, che di solito arriva ad un punto di sollievo, mentre qui lascia ancora sulle spine, seppure sia tutto finito e concluso, come se ci si dovesse aspettare ancora qualcosa, perchè per Deaver non è mai abbastanza in queste pagine.
Voto con un 6,5, non credo si meriti molto di più, avrebbe potuto sfruttare decisamente meglio il materiale che aveva a sua disposizione. 

T.M.

venerdì 19 settembre 2014

Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton - Robert Sheckley

Mi sono accostato a questo romanzo dopo averlo lungamente osservato sul ripiano della mia libreria per lungo tempo, affascinato dalla copertina inquietante e dal titolo un po' criptico e sinistro. Nel momento in cui mi sono deciso ad affrontarne la lettura però l'ho divorato; non che ci sia da stupirsene in quanto è un libro relativamente breve, scorrevole e se vogliamo anche abbastanza semplice, per lo meno all'apparenza. Più si procede con la lettura infatti e più ci si rende conto che è una sorta di Mondo delle Meraviglie, e noi siamo Alice, catapultati in situazioni assurde che risultano del tutto normali, personaggi impossibili che si comportano con estrema naturalezza in contesti decisamente contorti che neppure dopo un'attenta lettura riusciamo a sbrogliare e rendere anche minimamente più chiari. Forse perchè quello è l'obiettivo dell'autore. 
Questo romanzo in poche parole mi ha lasciato interdetto, confuso, persino nel finale, prevedibilissimo eppure allo stesso tempo inaspettato, perchè quando qualcosa è estremamente palese diventa l'ultima cosa che ci aspetteremmo, ma quando accade, quando ce lo troviamo davanti, capiamo che non poteva essere diversamente, bastava guardare un pochino più attentamente dentro noi stessi e ci saremmo accorti che era troppo ovvio, e che in altro modo non poteva andare. Anche perchè la vicenda di Alistair è la vicenda di tutti noi, la storia di ogni comune mortale insoddisfatto di ciò che ha, alla continua ricerca del pezzo mancante, di quel qualcosa che "sicuramente" può dargli la felicità. E non è l'altra metà, ma l'altra parte di noi stessi, quella che non sappiamo tirare fuori al momento giusto, quella che ci tirerebbe fuori da situazioni imbarazzanti, quella che ci farebbe fare bella figura quando invece sembriamo degli idioti. Ecco, quella parte di noi che ci rende frustrati perchè non compare mai al momento giusto, quel piccolo aspetto di una personalità che vorremmo cambiare per avere successo, con gli amici, con le donne, nel lavoro... ma esisterà davvero quella parte di noi? O è solo una scusa per non apprezzare ciò che siamo? Anche perchè si dice spesso: stavamo meglio quando stavamo peggio. E forse anche dentro noi stessi. Rifletteteci. 
Voto con un 8 perchè è un romanzo (breve) davvero acuto, che merita di essere letto, e di farci una piccola riflessione. 

T.M.

mercoledì 3 settembre 2014

The Tommyknockers - Le creature del buio - Stephen King

Davvero arduo recensire quest'opera. Innanzitutto perchè l'ho letta poco dopo un altro grande "mattone": "The Dome"; e stranamente i due romanzi hanno molto in comune, ma hanno anche tantissime differenze. Purtroppo ho letto questi due volumi in modo invertito, ossia ho letto prima il più recente e poi quello più vecchio, anche se c'è da dire che "The Dome" nasce da una bozza che viene prima dell'uscita di entrambi i romanzi, quindi in qualche modo ho seguito la successione di idee dell'autore, anche se poi i risultati non sono stati poi così esaltanti, nè per la sua produzione, nè per la mia lettura. 
Cercherò di non di dilungarmi troppo, anche perchè sarebbe difficile fare un discorso coerente su questo testo, in quanto di coerente c'è ben poco da individuare all'interno si questo; parto dal fatto che l'idea di fondo è sostanzialmente molto simile a quella utilizzata per "The Dome", solo che qui viene utilizzata in modo decisamente diverso, e per alcuni aspetti in modo peggiore: la storia tratta sempre l'argomento alieno, anche se su "The Dome" non è immediatamente chiaro, mentre per il romanzo in questione viene praticamente subito definito, infatti protagonista è un'astronave aliena interrata, per la quale viene subito messa in atto un'azione di dissotterramento da parte di uno degli abitanti, che poi coinvolgerà l'intera comunità. Ecco l'altro punto in comune con "The Dome", anche qui l'influenza aliena agisce su una comunità ben definita, solo che nel caso di "The Dome" avevamo un limite invalicabile che separava questa dal resto del mondo, mentre in "The Tommyknockers" la barriera si crea gradualmente, e non è qualcosa di palpabile, ma solo un'atmosfera che diventa via via sempre più velenosa per chi non appartiene al ristretto gruppo della cittadina interessata dall'influenza dell'astronave. 
E' difficile decidere quali sono i punti su cui soffermarsi, perchè per assurdo per "The Tommyknockers" sono molti gli aspetti trattati, anche se in maniera confusa, mentre per "The Dome" il contesto alieno è solo un pretesto per parlare del rapporto tra le persone che sono rimaste intrappolate, quindi una specie di analisi psicologica del genere umano. In "The Tommyknockers" l'aspetto umano è sempre forte, sarebbe ridicolo se non fosse così dato che  le opere di King puntano sempre molto ad approfondire gli aspetti dei sentimenti umani e delle loro contraddizioni, solo che qui si fanno talmente foschi e assurdi che a volte sfugge l'idea di fondo che lo scrittore vorrebbe introdurci; sembra quasi che si abbandoni a patetiche scenette "horror" condite da profonde riflessioni interiori che però non portano da nessuna parte. 
Ho arrancato per terminare questo romanzo, posso dirlo con tutta onestà. La fatica che ho messo per leggere questo testo non è stata ripagata dalla conclusione che ho raggiunto, anche se non me ne pento del tutto perchè mi ha permesso di vedere una serie di analogie tra due opere di King che sono decisamente diverse seppure di fondo molto uguali. Mi resta la domanda che credo sorgerà a tutti i lettori attenti come me: come mai King decide di "imitare" se stesso? Perchè sviluppare un tema che fondamentalmente è già stato sviluppato in un'altra opera? E soprattutto perchè farlo in due modi così diametralmente opposti tanto che l'efficacia di uno diventa un autentico buco nell'acqua per l'altro? Ok, "The Tommyknockers" è stato sviluppato prima, e "The Dome" è stato rimaneggiato dopo, forse ha potuto creare qualcosa che fosse una specie di risarcimento per quello che non era stata l'opera precedente. 
E' difficile farne una valutazione, soprattutto alla luce della palese componente schizofrenica del romanzo. Voluta? Non voluta? Non saprei dirlo. Forse leggere questo romanzo con la sensazione di essere completamente fumati, o bevuti, era l'intento dell'autore, un modo per immedesimarsi con la "trasformazione" in opera in tutti i protagonisti, questa mutazione verso qualcosa di "malato" che degenera senza portare fondamentalmente a niente di concreto. Io sono dell'idea che l'opera sia confusa e basta, meriterebbe una sana "ristrutturazione", per non parlare di "chiarificazione", e comunque non mi sento di inserirla tra le migliori opere del maestro, anzi. Ha saputo sviluppare idee migliori negli anni, ed in modo molto più interessante, seppure prolisso. 
Voto con un 5, perchè non me la sento di dare un voto più basso; però mi sarei attestato sul 4,5 scarso. 
Lascio a voi la scelta di leggerlo oppure di scansarlo, certo se si vuole conoscere il maestro...bisogna accostarsi anche ai suoi lati più "oscuri". 

T.M.

giovedì 10 luglio 2014

L'ultimo giurato - John Grisham _ L come legge - Sue Grafton

Ho deciso di dedicare un post a due degli ultimi libri che ho iniziato a leggere, ma non ho mai portato a termine. Mi sono detto: perchè non scrivere anche di ciò che non si riesce a leggere? Spiegare quello che ci ha portato ad abbandonare un romanzo, così da dare la possibilità agli altri di ragionare anche sulle nostre prime impressioni di un testo che non siamo riusciti a terminare. 
Ammetto che è un argomento un po' scabroso per me, in quanto, per chi mi conosce, io non sono un tipo che facilmente riesce a lasciare un libro a metà, ma nemmeno un libro appena iniziato (figuriamoci quasi finito!). 
Cercherò di spiegare quali sono i motivi per cui ho abbandonato questi romanzi:

L'ultimo giurato - John Grisham
Secondo romanzo che affronto di questo autore. Il primo, "Il re dei torti", mi aveva fatto una bellissima impressione, tanto che, non essendo neppure uno dei romanzi più acclamati di Grisham, mi aveva portato ad andare alla ricerca di qualcosa di più conosciuto, ma non del tutto "osannato" (come "L'uomo della pioggia", "Il Cliente", ecc.); ho ripiegato dunque su "L'ultimo giurato", il quale mi ha da subito affascinato, in quanto la scrittura trasporta immediatamente il lettore affianco al protagonista e ti accompagna nelle sue vicende con ammaliante simpatia e un tocco di mistero. Il tutto però muore brevemente in un centinaio di pagine, o forse anche meno. Parlandoci chiaro, la scrittura resta sempre molto buona, però l'approccio diventa più pedante e la storia si fa confusa, direi estremamente confusa, tanto che ad ogni capitolo cominciavo a non capire più quel era l'argomento trattato!
Ecco il classico caso in cui ho cercato fino all'ultimo di arrivare alla fine, ma a meno di 100 pagine dalla conclusione giuro che volevo letteralmente lanciarlo dalla finestra (per non dire peggio), e mi costa un sacco dire una cosa del genere, perchè io odio, e ribadisco ODIO qualsiasi danneggiamento dei libri, di qualunque carattere siano, belli o brutti, romanzi o altro, per me i libri sono sacri. Questa reazione però nella mia vita è successa un'altra volta, e mi vergogno pure a dirlo, leggendo "Brava a letto", un esperimento che non si ripeterà mai più  (almeno lo spero). 

L come legge - Sue Grafton
Per questo romanzo spenderò poche parole, perchè di sicuro di più non ne merita. La Grafton è un'autrice che ho scoperto parecchi anni fa, quando ero ancora giovane, e che mi aveva affascinato con il suo romanzo "M come male", della serie l'alfabeto del crimine. Sospeso per molti anni il mio "rapporto" con lei però mi aspettavo di ritrovare lo stesso interesse, la stessa sottile ironia che permeavano quel primo romanzo, appena successivo a quello di cui sto trattando ora. Invece mi sono ritrovato di fronte ad un romanzo scialbo, disarticolato, se vogliamo anche molto banale nella narrazione e decisamente poco originale nella trama. A metà non ho resistito, ho dovuto abbandonarlo, perchè troppi autori che conoscevo avevano affrontato magnificamente gli stessi temi, ed anche dove la trama poteva mancare di originalità erano stati in grado di affascinarmi con la loro scrittura o anche solo con i loro personaggi; qui invece ogni singolo elemento era irritante, compresa la protagonista (come avevo fatto ad affezionarmi tanto a lei in quel romanzo letto anni fa?!?). Posso solo dire che non so se è stato il momento sbagliato per affrontarlo, oppure se è stato un passo falso dell'autrice, resta il fatto che quel libro stava diventando un boccone davvero indigeribile, è per questo che ho preferito lasciarlo nel piatto. 

Per riassumere, non intendo dire di evitare questi due romanzi, ma di prendere atto delle mie parole in merito; questo mi porta a valutarli entrambi al massimo con un 4, forse 5 per "L'ultimo giurato".

T.M.
 



lunedì 9 giugno 2014

Acque morte - W. Somerset Maugham


Suggestivo come sempre, il racconto di Maugham è questa volta un insieme di avventura, sentimento, mistero e cinismo (immancabile). Dico questa volta perchè ogni volta Maugham sa sorprendere il lettore co
n un nuovo soggetto, sempre diverso, sempre appassionante ma soprattutto sempre descritto in maniera superba. 
In "Acque morte" troviamo inoltre una struttura narrativa abbastanza diversa dalle altre opere dell'autore; estremamente interessante il modo di introdurre i personaggi, accennando a ciascuno di loro prima, così che ci si possa fare un'idea di chi sono, e descrivendoli dettagliatamente poi, magari nei capitoli successivi, capovolgendo completamente l'immagine che ci siamo fatti di loro. E' come scoprirli volta per volta, dettaglio per dettaglio, vedendoceli illuminati dalla flebile luce di un cerino, per poi lasciarci sbalorditi quando improvvisamente li colpisce la luce accecante del sole. 
Il protagonista poi è come pochi, un esemplare di "rara bellezza"; nella sua delicata noncuranza osserva tutto e viene osservato, ma non agisce in alcun modo per modificare gli eventi. E' una sorta di specchio dello spettatore che ci rappresenta e che ci accompagna ad osservare tutto ciò che accade, di tanto in tanto facendoci scivolare nella sua molle compostezza, che nonostante tutto non ci disgusta, seppur dovrebbe. 
C'è poco da dire di questo romanzo, se non che va assolutamente letto, perchè è un romanzo che come pochi mette in scena l'assurdità della natura umana e le inaspettate conseguenze che può portare un viaggio fuori programma.
Voto con un 9,5. Non è il massimo, ma solo perchè amo soggetti diversi. Per la scrittura merita un 10 pieno. 

T.M.

domenica 8 giugno 2014

Le età di Lulù - Almudena Grandes

Abbastanza difficile esprimere l'impressione che mi ha dato leggere questo romanzo. Iniziato con grandi aspettative, soprattutto notando immediatamente una scrittura fluida, quasi perfetta, coinvolgente e ritmata, proprio come una musica di fondo che accompagna tutto il romanzo; poi però sono incappato in un paio di momenti in cui il tutto sembrava vacillare verso l'assurdo, lo schema sembrava essersi rotto e la trama pareva assumere i tratti di un puzzle insensato creato solo per mettere insieme un'immagine di lussuria sorretta da una buona scrittura. Devo ammettere però che con il terzo atto del libro sono arrivato a capire la meccanica del tutto, e mi sono fatto piacevolmente travolgere dalle ultime ottanta pagine, dove finalmente si ritorna a prendere confidenza con i personaggi, che si erano persi in mezzo alla strada, un po' come capita davvero nelle loro vicende. 
Complessivamente posso dire che è un romanzo aggraziato, equilibrato, che va preso forse a piccole dosi e non con una lettura impetuosa come io invece l'ho affrontato, con la smania di capire la logica dell'intreccio e dei continui salti temporali. Bisogna farsi guidare delicatamente dalla sua trama, scoprendola un po' per volta, assimilandola, senza sforzarsi di capirla, e apprezzando la fine, nella sua semplicità, come un "puro" esempio d'amore, un sentimento che va oltre i confini, qualunque confine, e ti travolge lasciandoti intontito, a volte per giorni, a volte per anni, e a volte per sempre, facendoti dubitare di chi sei, ma facendoti sempre ritrovare negli occhi dell'altro. 
Non fatevi sconvolgere dal tema trattato, non spaventatevi dalle parole utilizzate, questo libro va oltre la volgarità, perchè infatti dimostra la naturalezza degli istinti umani, e li racconta con la loro forma sinuosa, accattivante, scandalosa e a volte violenta, ma li racconta per mostrare l'altra faccia dell'amore, quello che a volte lega inconsapevolmente due persone. 
Voto con un bel 8.5, ma ammetto che meriterebbe una seconda lettura.

T.M.

lunedì 2 giugno 2014

Lampi - Dean R. Koontz

Eccomi alle prese con una lettura che ho lungamente atteso. Sembra assurdo da dire ma questo è uno di quei libri che da ragazzo ho visto in libreria, ho sempre desiderato leggere, ma non ho mai acquistato. Ora finalmente sono riuscito a decidermi di prenderlo e leggerlo tutto d'un fiato. 
Premesso che non è la prima lettura di Koontz ma di sicuro la prima dopo tanti tanti anni; l'ultimo romanzo che ho letto di questo autore risalirà infatti a più di 15 anni fa, ma devo dire che la mia opinione su di lui non è molto cambiata, ossia che sa come intrattenere il suo pubblico. C'è una piccola osservazione da fare però, in questo caso ha scelto un tema un po' complesso, quello del viaggio nel tempo, che non ha saputo gestire sufficientemente bene secondo me; rimangono infatti molte domande senza risposta, e soprattutto verso la fine (questo per quanto riguarda la mia lettura, poi ovviamente ognuno ha un approccio diverso) mi sarei aspettato un capovolgimento, un cambiamento più incisivo degli eventi, soprattutto in merito alla missione intrapresa dal protagonista, cosa che invece non avviene. Non è semplice da spiegare senza svelare particolari essenziali della storia, quindi mi limiterò a dire che mi aspettavo un passaggio più intelligente, qualcosa che permettesse di comprendere meglio il significato di tutti gli eventi che si sono succeduti nei vari anni a tutti i protagonisti, qualcosa che valesse veramente la pena dopo tante peripezie per sopravvivere.
Diciamo che ci sono le premesse per un buon romanzo, che invece alla fin fine risulta solo mediocre, in quanto i personaggi, così forti e ben delineati, perdono di colpo tutta la loro potenza, e le vicende, così ben scandite, anche da buoni colpi di scena, finiscono per diventare scialbe e prive di un vero interesse, quasi banali e arrurde. Le ultime 50 pagine in poche parole mi hanno deluso, non per la scelta del finale quanto per la mancanza di una vera e propria struttura di fondo. 
A malincuore devo votare con un 6 scarso, nonostante il libro tenga incollato il lettore alle pagine (quasi fino all'ultimo). Deludente, forse c'era troppa carne al fuoco o forse c'era una scarsa ambizione. 

T.M.

lunedì 19 maggio 2014

Vacanze in villa - Madeleine Wickham

Ecco un libro che mi sento assolutamente di difendere dalle numerose recensioni negative che avevo letto. Ho preso in mano questo romanzo con il timore di avere una grande delusione, soprattutto dopo aver letto i numerosi commenti negativi fatti da lettori che molto probabilmente amano la "nuova" Kinsella rispetto alla "riscoperta" Madeleine Wickham che fa da sfondo alla brillante scrittrice venuta alla ribalta con "I love shopping". 
Il romanzo infatti è stato un vero e proprio mix di inventiva narrativa, buona scrittura e sottile divertimento. Certo bisogna ammetterlo, in alcuni punti ha un tantino calcato la mano, e per questo si notano gli scivoloni su argomenti a sfondo sessuale un tantino esagerati e fuori luogo; a parte questi piccoli inserti, decisamente trascurabili (e probabilmente anche eliminabili) il romanzo procede piacevolmente e la storia, con i suoi piccoli colpi di scena, è godibile. C'è un sentore di "non finito" arrivati all'ultima pagina, una sensazione dovuta probabilmente al fatto che nella storia sono stati inseriti numerosi elementi per ciascun personaggio, ma pochi sono stati veramente approfonditi. 
Sono d'accordo sul fatto che non sia un capolavoro (mi stupirei se proclamassi il contrario) ma bisogna dar merito alla "vecchia Kinsella" che ha costruito un romanzo niente male, che pur non avendole dato successo le ha permesso di crescere come scrittrice portando alla luce un racconto che di fondo ha molta più sostanza di quella che potremmo trovare in qualunque altra scrittrice (mediocre) che tenta di lanciarsi nel mondo della scrittura negli ultimi anni. 
Voto con un bel 7, decisamente meritato. 

T.M.

martedì 6 maggio 2014

Al di qua del paradiso - Francis Scott Fitzgerald

Non mi sento realmente degno di recensire un libro di Fitzgerald, soprattutto dopo l'enorme sforzo che ho dovuto fare per leggerlo. Ritengo che questa mia difficoltà derivi principalmente dal fatto che non ero pronto a leggere questo testo, e di conseguenza avrei fatto molto meglio ad arrestarmi in tempo. Come mi succede la maggior parte delle volte però mi sento portato a concludere una lettura, in quanto mi sembra sempre di fare un torto all'autore. In questo caso ho fatto un torto a me stesso, in quanto questo libro mi ha solo procurato un'emicrania allucinante. 
Cercherò di descrivere il più oggettivamente possibile l'impressione che questo romanzo ha avuto su di me: ho trovato il racconto come una serie sconclusionata di fatti, uniti solo dall'epoca che hanno in comune, dove un personaggio, probabilmente nemmeno così tanto protagonista, salta a destra e a sinistra inconsapevole di ciò che vuole. Ho avuto di fondo la sensazione che qualcosa mi richiamasse all'atmosfera che mi aveva trasmesso la lettura di "Delitto e castigo" di Dostoevskij, anche se spero vivamente di non dovermi mai pentire di questa mia analogia; sostanzialmente è un senso di claustrofobia, ovviamente diversa da quella del romanzo russo, eppure si respirava questa sua sensazione di inadeguatezza, cosa in evidente contrasto con tutto ciò che invece l'epoca e le situazioni descritte da Fitzgerald vorrebbero esprimere. Forse il nodo sta proprio in questo, l'assurdità di un'epoca in cui la gran parte delle persone sono talmente sicure di loro stesse che invece arrivano a perdere completamente il controllo su loro stessi, e soprattutto sugli altri, anche se credono di averli in pugno per il solo fatto di volerlo. 
Mi fermo qui, perchè non credo che sarei realmente in grado di proseguire, posso solo dire che è stata una lettura estenuante, che mi sembrava non dovermi portare da nessuna parte (cosa che in effetti è successa), e che probabilmente dovrò riaffrontare in seguito, con maggiore lucidità.
Per ora posso votare con un 6, ma è un voto che non mi sento di sottoscrivere appieno, forse perchè il romanzo aveva in serbo molto di più di quanto io sono riuscito a cogliere. 

T.M.

giovedì 10 aprile 2014

The Dome - Stephen King

Sopravvissuto all'ennesimo "malloppone" di King eccomi di nuovo qui a discutere del Re. 
1036 pagine che si fanno leggere in un soffio, questo bisogna ammetterlo. Finalmente King è ritornato a raccontare una storia nella vecchia, splendida maniera in cui aveva cominciato tutte le sue avventure, come quelle di Castle Rock (es. Cose preziose, Cujo, La metà oscura, La zona morta), tra l'altro città vicina a questa nuova, inquietante Chester's Mill.
Lo stile è fluido, mai insicuro, o superfluo; ogni elemento è sapientemente calibrato ed incastrato in uno scenario che sembra non avere nemmeno una crepa (tranne forse verso la fine, ma ci ritornerò). 
La storia che viene raccontata in questo libro è appassionante non tanto perchè ricca di suspense derivante da fatti insoliti o terrificanti, bensì perchè si basa su emozioni calate su persone comuni, ancor più che in altre novelle dello stesso autore. Ho notato che, forse volutamente, King non approfondisce veramente i personaggi; non sappiamo tutto di loro, anche perchè sarebbe impossibile dato il numero non indifferente di comparse e personaggi principali, ma affronta la situazione narrata mostrando in maniera incisiva il loro carattere predominante. Questa Cupola infatti ci permette di osservare ciascuno di loro, anche senza conoscerlo realmente, ma possiamo vedere come interagisce con gli altri, come gioisce e come soffre nelle varie situazioni, e quindi alla fine siamo noi gli spettatori di questo "teatrino" tanto quanto lo sono i militari che si appostano al di fuori della Cupola per monitorare la situazione, una specie di libro nel libro; ed allo stesso modo non possiamo reagire per intervenire, per aiutarli, questo ci fa sentire ancora più inermi di quanto possiamo esserlo leggendo le avventure/disavventure di qualsiasi personaggio di King, perchè questa volta è proprio lui a mettere un "vetro" tra noi e loro, aumentando ancora di più, per assurdo, il senso di appartenenza con la storia.
Sconvolgente poi che tutto ciò che accade all'interno della Cupola si svolge nel breve arco temporale di soli 7 giorni; in una settimana si crea un "ecosistema" a sè stante dove ognuno cambia il proprio ordine di priorità e la sua posizione nei confronti degli altri, ogniuno reagisce eppure allo stesso tempo non lo fa in modo propriamente "naturale", magari organizzato, adattandosi alla nuova condizione, come potrebbero fare degli animali (selvatici). Ogni personaggio invece sembra costretto a calare la propria maschera, e comincia ad emergere il vero e proprio "io" di ognuno di loro, anche inconsapevolmente a volte; ciascuno si mette a nudo davanti agli altri, e facendolo assume automaticamente anche una posizione di difesa, anche se non si sa bene nei confronti di cosa. 
Si potrebbe dire molto di più, perchè queste 1000 pagine sono una buona analisi della mente umana, anche di quella più perversa, e dell'interazione tra i soggetti presentati; mi soffermo invece a fare una piccola osservazione sul finale, che come al solito è il piccolo neo dei libri di King, quella piccola "imperfezione" che stona nell'armonia generale. Premetto che questo finale è stato molto meno deludente di altri, anzi, credo che il Re abbia cercato di dare quel qualcosa in più questa volta, pur rischiando di cadere nel banale, nel "già visto-già sentito", ma trattenendolo da quel baratro per mantenerlo su una linea abbastanza neutra, un po' calibrabile dal lettore, il quale può approfondire o meno un ragionamento su ciò che gli viene proposto come soluzione, oppure accettarlo come una semplice ovvietà non troppo scontata. 
Vorrei dare un consiglio al Maestro (sempre che sia possibile dargliene), di visualizzare un po' prima il suo finale la prossima volta, di costruirlo meglio, di costruirci attorno anche un po' della storia che è il fulcro del suo libro invece di lasciarlo sempre come una cosa a se stante, anche perchè sarebbe bello una volta poter leggere un'opera ritmata fino all'ultima pagina, dove non compaiono all'improvviso elementi ad effetto che "servono" per portarci alla conclusione del libro. E non serve nemmeno che questi finali siano apocalittici, oppure estremamente profondi, ma devono comunque far sembrare al lettore di non aver cambiato libro nelle ultime 150 pagine, ma che la storia è sempre la stessa, ed è tutta apprezzabile allo stesso modo. 
Voto con un bel 8,5 perchè questa volta sono rimasto davvero soddisfatto.

T.M.

Mappa visitatori