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giovedì 23 ottobre 2008

Non Amarsi

"Ama il tuo prossimo come te stesso" può essere letto come un invito a cominciare con l'imparare ad amare se stessi, vero punto di partenza per potersi avvicinare in modo autentico e armonioso anche agli altri.

Nel mondo super specializzato di oggi, si è diffusa l'aspettativa che siano sempre gli altri a risolvere i nostri problemi: chiediamo al medico di guarirci, allo psicologo di ristabilire il nostro equilibrio, al farmaco di sollevarci, alla televisione di divertirci.
Riporre la nostra fiducia in modo così esagerato in qualcuno o qualcosa d'"altro" tende a sminuire la considerazione che abbiamo di noi stessi e ad allontanarci dal nostro centro di equilibrio. Diventiamo meno presenti, ci fidiamo meno di noi stessi e, di conseguenza, ci amiamo anche di meno.
Questo "non amore" non rimane senza conseguenze. Tra le prime, quella di dover dominare l'altro oppure di voler sempre dimostrare, anche con la forza, la propria ragione. Sono atteggiamenti che si esprimono a parole, attraverso la tendenza a criticare aspramente, o a fatti, con la violenza, che può sfociare - in macro - nei conflitti bellici. Ma sono solo palliativi, sono tentativi di innalzare se stessi abbassando l'altro, di recuperare la stima di sé e l'amore di sé" penalizzando" altri.
Questa mancanza di amore per se stessi porta a un'altra conseguenza: la fuga. Se ci sentiamo in difficoltà, se siamo in situazioni che rischiano di minare la nostra fragilità, tendiamo a scappare. La fuga si esprime con l'allontanamento, l'indifferenza verso chi soffre o il non ascolto all'altro, per non farsi risucchiare dentro il suo mondo... problematico.
Per amarsi, invece, bisogna ritrovare il proprio potere personale, dato dalla padronanza su noi stessi e non più sugli altri; dato dal recupero di una propria centralità e dalla capacità di accettarsi e valorizzarsi per ciò che si è. Ecco un breve esercizio per cominciare a dirigersi in questa nuova direzione:

- Pensate a qualcuno che vi vuole bene (può trattarsi anche di una persona non più in vita).

- Chiedetevi cosa questa persona trova, o ha trovato, di così interessante, cosi bello in voi, da volervi tanto bene.

- Quando trovate almeno 3 risposte, conservatele dentro di voi, ripetendole ad altra voce, o semplicemente riflettendo su di esse, e lasciando che trovino uno spazio dentro la vostra mente.

Questa cura ricostituente, ripetuta diverse volte, ci eviterà di sentirci troppo vulnerabili o di abusare del nostro potere quando siamo in compagnia di altri; aumenterà il nostro "conto corrente emotivo", in modo da farci aprire al mondo con abbondanza, piuttosto che con povertà.
Le persone, constatando che ci vogliamo bene, si sentiranno investite dalla nostra carica vitale più, armoniosa, creando situazioni in cui le possibilità di incontro autentico e amore reciproco aumentano in modo considerevole.

Arthur Sackrule

martedì 29 luglio 2008

Traditi & Traditori

Colpisce come sia diverso, enormemente diverso, il peso che ha l’idea di chi tradisce rispetto a quella di chi è tradito. Il tradimento scatena in chi lo patisce le peggiori reazioni dell’istinto di sopravvivenza:

- chi tradisce minimizza, chi è tradito ingigantisce;
- chi tradisce è reticente, chi è tradito brama di insana curiosità;
- chi tradisce non si rende conto del male che fa, chi è tradito crede che peggio non possa capitare.

Il tradimento può sanare amori malati; una terapia pericolosa, anche perché recidiva e non sempre la cura ha effetti positivi. Siccome in fin dei conti è anche una cura piacevole, quando la si adotta spesso significa che non c’è malattia, ma solo malati immaginari, cioè non c’è amore.
Tutti, prima o poi, chi più chi meno, siamo traditi o traditori. Lo siamo per natura, lui per istinto di conservazione, lei pure. Sono i maschi che tradiscono più delle femmine? Mah, mi sembra ridicolo dirlo, pensarlo anche.
Per un ordine algebrico, almeno che i maschi non si tradiscano da soli o tra loro, direi che ad ogni traditore si accompagna una traditrice. Ninfomani o maniaci a parte. (Fran Tarel)

TRADIMENTO: SE HAI GLI OCCHI CHIARI TI BECCANO DI SICURO
Secondo alcune teorie esistono dei precisi atteggiamenti corporali che ci svelano se lui o lei stanno mentendo.
In Inghilterra sempre più donne si rivolgono a dete
ctive privati per scoprire gli eventuali tradimenti dei propri mariti o fidanzati. Ben il 50% della clientela ormai è femminile, donne in carriera disposte a pagare quasi 800 euro per far pedinare l’ignaro compagno presunto traditore. Ma se non avete tanti soldi da spendere, magari rischiando di scoprire che il vostro lui è pure fedele, ci sono delle soluzioni più “casalinghe”, ma altrettanto efficaci (almeno questo sostengono alcuni psicologi). Infatti, se a parole mentire è facile, non lo è altrettanto con il corpo e le espressioni del viso.
Marco Pacori, perito del Tribunale di Gorizia e psicologo specializzato nella comunicazione non verbale, spiega “Tutti lanciamo segnali involontari, anche chi impara a controllarsi non riesce a frenare certi comportamenti. Ci sono diversi segnali: l’accelerazione del respiro, per cui il discorso diventa spezzato, l’aumento del battito cardiaco, la diminuzione della gesticolazione. Chi è impegnato a raccontare una frottola di solito non si muove e distoglie spesso lo sguardo. Il trucco più efficace è quello di guardare le pupille: i bugiardi le hanno dilatate. Bisogna stare almeno a 50 centimetri di distanza, ma se l’occhio è chiaro si vede bene”.
Attenzione a voi che avete occhi azzurri cristallini come l’acqua… la bellezza, a quanto pare, si paga. Esiste anche un sistema che classifica i movimenti del volto e li associa alle emozioni: il “Facs, Facial action coding system”. Lo ha inventato Paul Elkman, uno psicologo dell’Università della Californ
ia.
Per prima cosa bisogna conoscere bene la persona e i suoi comportamenti per notare la differenza. Poi è indispensabile metterla a proprio agio, indugiare sui particolari della storia e non lasciarsi sfuggire atteggiamenti inusuali. L’ultimo accorgimento è lasciare sempre una via d’uscita perché confessi spontaneamente. Con un avvertimento, mai usare il telefono. È più facile mentire dall’altro capo del filo, meno nelle mail.
Fonte: Vipline.it
Perdonare e dimenticare
«Il perdono è l'ornamento dei forti», proclamava Mahatma Gandhi. E su una cosa proprio non sbagliava, sulla forza necessaria per perdonare chi ci ha ferito, deluso, umiliato. Provate ad immaginare questa situazione: una persona che voi amate tanto e di cui avete completa fiducia (un amico, il/la partner..) si comporta in una maniera che non vi aspettate, compie un'azione che vi tocca profondamente facendovi soffrire. La prima reazione, quella più istintiva, è forse la voglia di scappar via lontano da quella persona.
Ci sentiamo a pezzi, ovviamente, e mescoliamo rabbia a lacrime. Dopo averci pensato, ripensato, fatto ipotesi e congetture, immaginato le motivazioni che hanno spinto quella data persona a comportarsi in un certo modo e, soprattutto, dopo esservi calmati, decidete di accettare l'evento e di perdonare. Fin qui tutto a posto. Una seconda possibilità non si nega a nessuno, errare è umano, solo gli sciocchi non perdonano, se si ama davvero non si può non perdonare…. E chi più ne ha più ne metta. Ma la parte più difficile, quella che ci lascia costantemente dell'amaro in bocca, è dimenticare. C'è chi dice che perdonare è possibile ma scordare no. Che di solito ricordiamo proprio ciò che vorremmo dimenticare mentre spesso dimentichiamo ciò che avremmo avuto piacere di ricordare per sempre… come i bei momenti, un'emozione, una frase, uno sguardo, un piccolo gesto carico d'amore. Ma dimenticare qualcosa che ci ha ferito nel profondo lasciandoci addosso un segno indelebile, questo no… non si può dimenticare. Si può andare avanti, evitare di tirare in ballo quella situazione, cercare di riacquistare la fiducia, ricominciare da 0 e ricostruire il rapporto. Ma un dolore profondo non si dimentica.
Certo si può sperare che con il tempo questo si affievolisca, che il ricordo sbiadisca come le vecchie foto, ma siamo certi di riuscire a dimenticare davvero? E soprattutto esiste un codice, una classificazione generale degli eventi "perdonabili" che si possono dimenticare non dico con facilità ma con un certo margine di speranza? E quando pensiamo al perdono cosa ci viene immed
iatamente in mente? Come era forse ovvio, in cima alla classifica dei torti imperdonabili c'è il tradimento. Ascoltando le confessioni delle persone con le quali abbiamo parlato è apparso con una forza sorprendente come il tradimento sia la preoccupazione (paura?) maggiore. Non c'entra il sesso: uomini e donne alla domanda se credono di essere in grado di perdonare un torto subìto rispondono nella stessa maniera "Perdonare l'infedeltà della persona a cui si è legati sentimentalmente ed emotivamente è quasi impossibile ma anche facendolo non è detto che si possa dimenticare". È come se alla parola perdono la maggior parte di noi associasse irrimediabilmente la parola tradimento. E il nostro discorso si sposta per forza di cose su di esso. Alla voce tradimento, il dizionario della lingua italiana Le Monnier (Devoto - Oli) riporta: «Il venir meno alla fede data, o ad un impegno solennemente assunto; azione delittuosa o comunque dannosa compiuta ai danni di qualcuno, profittando della buona fede e della sua fiducia».
Detto ciò ci rendiamo perfettamente conto che stiamo parlando di un comportamento unanimemente considerato riprovevole, mal giudicato dalla società e temuto dai più. Considerando il tradimento nell'ambito del rapporto di coppia, quale comportamento difficilmente perdonabile e in fondo impossibile da dimenticare del tutto, ci siamo soffermati sulle motivazioni che spingono un partner a tradire. Stanchezza, noia, curiosità, voglia di evasione, insoddisfazione evidente che fa venir meno l'impegno affettivo preso. Altre volte perché scatta qualcosa che non si può gestire, ne controllare. Come un fuoco che divampa e che, seppur non alimentato in nessun modo, cresce diventando sempre più devastante. «Io sono stata tradita – racconta Giada – e ho perdonato. Ma quanto mi è costato lo so solo io. Ogni volta che Manuel mi stava davanti, mi parlava, o mi baciava, io pensavo all’altra. Cosa lo aveva spinto a stare con lei tradendo la mia fiducia e mancandomi di rispetto? Poi il tempo mi ha aiutata e sono felice di averlo fatto. «Come si fa a dimenticare? Si scorda ma non si dimentica e la differenza seppur sottile c’è», ci ha detto Claudio. «Perdonare? Mai, figuriamoci dimenticare!» le parole di Giulia. Sono queste solo alcune delle dichiarazioni rilasciate eppure riassumono ciò che la maggior parte di noi pensa anche se non c’è un unico metro di giudizio. Ovviamente molto dipende dal tipo di educazione ricevuta, dalla scala soggettiva dei valori, dall'aver o meno fatto esperienza diretta del tradimento. Solo su una cosa sembrano tutti essere d'accordo: sull'impossibilità di dimenticare per sempre. Rimane una cicatrice invisibile ma che spesso, come una vecchia ferita che duole al cambiamento del clima, torna a tormentare. L'amore è forte e i buoni propositi riempiono la vita di ciascuno...ma bastano a dimenticare?

lunedì 28 luglio 2008

Il tradimento

Il tradimento è l'argomento preferito di molti giornali femminili e fiumi di inchiostro sono stati versati. Nell'ottica di una comprensione delle basi dell'argomento è utile capire la grande suddivisione che può essere fatta.
L'immaturità sessuale - Riguarda soprattutto gli uomini, anche se la percentuale femminile è andata aumentando con l'emancipazione. Si tradisce per provare nuove situazioni sessuali, ritenute più appaganti. Riguarda soggetti che non sono mai riusciti a vivere completamente le proprie fantasie, spesso più estetiche che sessuali (una donna bellissima o un uomo dal fisico scultoreo). Un comportamento tipico è quello dell'uomo sempre galante con le donne che ha avuto poche o non diversificate esperienze sessuali. Il tradimento può essere unito o meno a un grosso coinvolgimento emotivo. Ciò che è importante notare è l'associazione a una situazione sessuale nuova per il soggetto. Non rientra in questa categoria il tradimento a sfondo sessuale per insoddisfazione: chi tradisce perché il partner si è raffreddato tradisce per incompletezza, cioè perché non riceve più ciò che vorrebbe ricevere.
Il narcisismo - Riguarda entrambi i sessi. Negli uomini il fenomeno potrebbe rientrare nel generico concetto di machismo: l'uomo tradisce per affermare la propria virilità. Nella donna si manifesta con lo stato di geisha: la relazione sessuale è un atto giudicato normale, quasi quotidiano, non esclusivo, la donna si offre a un uomo proprio come gli offrirebbe un tè o accetterebbe un invito a pranzo. Sia nel macho sia nella geisha è evidente uno stato di insicurezza notevole che porta l'individuo a identificare nell'atto sessuale un'approvazione per la propria persona. Ovviamente con queste premesse non è in grado di reggere un rapporto esclusivo.
L'incompletezza - È di gran lunga la causa più comune: il partner non dà quello che ci si aspetta e che si trova invece in un'altra persona. Mille sono le sfaccettature dell'incompletezza. È proprio a causa di questa varietà che, parlando di tradimenti, troppo spesso si entra nel particolare per giustificare o per condannare. In realtà è un errore fondamentale: prima occorre definire la classe a cui il tradimento appartiene e ragionare sempre per schemi molto generali. Si scoprirà che
non esiste comunque nessun motivo valido che giustifichi un tradimento.
Questa asserzione non è certo un inno alla fedeltà, ma una considerazione sulla qualità della vita di chi tradisce; poiché non esiste alcun vincolo indissolubile (nemmeno il matrimonio, visto che c'è il divorzio):
chi tradisce rivela sostanzialmente un fallimento esistenziale.
Che bisogno c'è di tradire? Prima si lascia il vecchio partner e poi si va con il nuovo. Chi tradisce è insoddisfatto della sua situazione, ma non ha il coraggio di cambiarla. Quando ci si sente attratti fortemente da un'altra persona vuol dire che il rapporto attuale è in crisi; a questo punto esistono due possibilità: lo si tronca e si inizia una nuova storia o lo si accetta per quello che è, consci che l'attrazione ha solo messo in luce gli aspetti negativi del rapporto: sta a noi decidere se la qualità del rapporto attuale è sufficiente. Il tradimento equivale a tenere il piede in due scarpe, attingendo il meglio dalle due (o più!) fonti: un atto di viltà.

martedì 1 luglio 2008

L'insonnia

L'insonnia è uno stato di sonno inadeguato o insufficiente. Dentro a questa sintetica definizione vi sono già alcuni concetti importanti per descrivere questo diffusissimo disturbo. L'insufficienza e l'inadeguatezza del riposo sono infatti i due concetti che esprimono meglio i principali difetti che tale disturbo porta in sé. L'insonnia può manifestarsi attraverso una riduzione della quantità di sonno (insufficienza), ma anche attraverso un peggioramento della sua qualità, ovvero della sua funzione ristoratrice (inadeguatezza del riposo).

Ma chi è il 'cattivo dormitore'?
Nella definizione classica di insonnia vengono descritti i quattro sintomi principali di tale disturbo.

Sintomi quantitativi
La difficoltà ad addormentarsi (detta anche insonnia iniziale); i frequenti risvegli notturni con difficoltà a riprendere sonno (insonnia intermedia); il risveglio mattutino troppo precoce (definito insonnia terminale).

Sintomo qualitativo
Il sonno di cattiva qualità, scarsamente ristoratore, che lascia, al risveglio, la sensazione di non aver riposato a sufficienza. In questo caso è possibile che si abbia la percezione di avere dormito per un numero sufficiente di ore, ma la stanchezza mattutina è la spia di un disturbo della qualità del sonno. In questo tipo di insonnia il fattore alla base della scarsa capacità ristoratrice del sonno è una riduzione della sua continuità. Per diversi motivi, che vanno dalla rumorosità dell'ambiente, alle cattive condizioni di temperatura o di umidità o altro ancora, si verificano frequentemente, in questi casi, i cosiddetti 'microrisvegli non coscienti' (brevissime, ma numerose interruzioni del sonno di cui non ci si accorge) cosicché, anche a fronte di una durata più o meno normale, il sonno perde la sua capacità rigeneratrice. Per quanto riguarda la durata del problema, indipendentemente dal sintomo predominante in ciascuna persona che soffre d'insonnia, si possono distinguere tre tipi di insonnia: l'insonnia transitoria, l'insonnia a breve termine e l'insonnia cronica.

Chi soffre di insonnia vive nella tentazione di ricorrere al sonnifero per risolvere i propri problemi, ma un nuovo studio è giunto alla conclusione che la terapia comportamentale cognitiva offre dei migliori risultati come trattamento di prima linea.
Lo studio, condotto da Gregg Jacobs, dello Sleep Disorders Center presso il Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, prevedeva la somministrazione a caso a 63 pazienti insonni di sonniferi in pillole oppure luna terapia comportamentale cognitiva accompagnata da sonniferi in pillole, oppure della terapia più pillole placebo o, ancora, della terapia da sola.
Con la terapia cognitiva, i medici hanno insegnato ai partecipanti a riconoscere, mettere alla prova e cambiare i comportamenti che contribuiscono al persistere e all'aggravarsi dell'insonnia. È stato consigliato loro, ad esempio, di andare a letto solo quando avessero sonno, di usare il letto soltanto per il sonno e per il sesso, di alzarsi e mettersi a leggere o fare qualcosa di rilassante se il sonno non arriva entro mezz'ora. Si tratta di una terapia di breve durata che tende dunque a condizionare quei comportamenti ed atteggiamenti psicologici rispetto al sonno che tendono a provocare l'insonnia. Essa è sicura, non ha effetti secondari e i risultati durano a lungo senza ricadute.
Dopo oltre otto settimane di osservazione, i ricercatori hanno scoperto che coloro che erano stati sottoposti alla terapia comportamentale cognitiva da sola o congiuntamente ad un sonnifero o al placebo hanno avuto un miglioramento del loro sonno, con una riduzione del 52 per cento del tempo necessario per prendere sonno rispetto al 29 per cento dei pazienti che assumevano solo il sonnifero.
Dallo studio, pubblicato su Archives of Internal Medicine, è emerso anche che aggiungere alla terapia comportamentale cognitiva il sonnifero in pillole non ha offerto dei vantaggi ulteriori per il sonno dei partecipanti.
Una delle limitazioni della terapia comportamentale può essere la relativa bassa velocità della risposta, mentre lo studio necessita di ulteriori conferme che ne confermino la validità.
Insonnia

martedì 24 giugno 2008

La famiglia che litiga è peggio di quella che si separa

Parere
Il pedagogista Vertecchi
"Coniugi in lite più dannosi per gli alunni"

"I giudizi spesso non hanno criteri uniformi"

ROMA - Professor Benedetto Vertecchi, lei è stato presidente dell'Istituto Nazionale per la Valutazione dell'Istruzione ed è ordinario di Pedagogia Sperimentale alla Terza Università di Roma. Cosa ne pensa? Esiste una differenza di rendimento scolastico tra figli di genitori separati e non?
"In verità sono alquanto perplesso. Ammettendo che esiste uno svantaggio, credo sia temporaneo e riguardi il momento di passaggio da una condizione all'altra. Penso siano molto più dannose, e si ripercuotano sui ragazzi, quelle situazioni nelle quali i coniugi, bisticciano, rompono i piatti, si affrontano con ostilità. Un clima di perenne litigiosità è di gran lunga peggiore per un figlio che non una civile separazione".

Però i dati dicono che i figli di coppie unite sono più brillanti
"Credo che i giudizi dei quali parliamo siano espressi dalla scuola anche sulla base di stereotipi sociali e questo vale soprattutto per le valutazioni positive...".

Valutazioni che premiano gli uni più degli altri?
"Beh, bisogna chiedersi quanto certi giudizi di "eccellenza" riguardino l'apprendimento in sé e quanto non siano, invece, una valutazione sul comportamento più tradizionale di un allievo: è possibile che il figlio di una coppia unita abbia condotte più facilmente riconoscibili dagli insegnanti e dunque a loro più gradite dal punto di vista educativo. Tenga conto che la nostra è una classe insegnante invecchiata e che i giudizi non riflettono criteri uniformi ma corrispondenze tra stili di comportamento desiderati e osservati".
(m.s.c.)

lunedì 16 giugno 2008

Reflusso

Il reflusso gastroesofageo è un disturbo dell'esofago.
Quando mangiamo il cibo passa dalla bocca allo stomaco attraverso l'esofago. Tra l'esofago e lo stomaco c'è una valvola. Questa valvola si apre e si chiude. Si apre per far passare il cibo. E si richiude immediatamente dopo che questo è passato nello stomaco.
Se la valvola che c'è tra esofago e stomaco non funziona bene, cioè si apre quando non dovrebbe, può capitare che parte del cibo ingerito torni indietro. Nelle persone che soffrono di reflusso succede proprio questo. Il cibo e i succhi gastrici provenienti dallo stomaco ritornano nell'esofago.
Il reflusso gastroesofageo è questo: la risalita in esofago di materiale acido proveniente dallo stomaco.
Dato che nello stomaco normalmente è presente un forte acido, il materiale che risale in esofago con il reflusso è acido. Ed è proprio la presenza di acido nell'esofago che irrita l'esofago causando i sintomi del reflusso.
Lo stomaco è fatto in modo da sopportare la presenza di acido al suo interno, l'esofago no. E la presenza di acido nell'esofago è dannosa perché provoca dolore, infiammazione e ferite.
Il reflusso è provocato da diverse cause. Può essere sia una condizione fisiologica (quindi normale) che patologica (quindi una malattia). E le sue conseguenze variano a seconda della frequenza con cui avviene.

martedì 13 maggio 2008

Le dinamiche della vita di coppia

La vita di coppia non è un qualcosa di già preconfezionato, ma esige una costruzione costante e paziente da parte di entrambi, sperimentandone la difficoltà e talvolta il fallimento.
Ogni relazione incomincia con un incontro. Un pò alla volta ci si rende conto che si sta bene insieme, che si prova interesse l'un l'altro e si è pronti a rivelare qualcosa di sè.
Tutto è cominciato con un incontro, uno sguardo, un sorriso, una parola. Dopo i primi momenti, si è fatta viva l'esperienza di stare bene insieme, si sono manifestate sempre più intensamente la trepidazione dell'attesa, la gioia dell'incontro , la bellezza di essere in due. Si sviluppa un sentimento di attrazione che rende felici, reciprocamente "diversi" dagli altri amici, per cui si desidera stare da soli, parlarsi comunicare, manifestare la propria predilezione anche con gesti che con altri non si farebbe.
E' il momento dell'innamoramento: fenomeno indefinibile completamente, non traducibile in termini precisi, le parole possono esprimere solo gli effetti; diviene qualcosa di incontrollabile, spontaneo, può incanalare tutte le attività mentali. Lo scopo è quello di rompere il sistema chiuso della propria personalità individuale, abituando il soggetto a prendere decisioni, a progettare, a pensare e a sentire, tenendo presente l'altra personalità, con le sue aspirazioni, interessi, bisogni. Progressivamente emerge una realtà nuova: il noi, la coppia. A mano a mano che ci si conosce meglio, è probabile che ci si partecipi l'un l'altro del proprio mondo interiore dei propri
sentimenti, così che la vita di ogni giorno diventa sempre più ricca di significato.
E' scelta gioiosa, entusiasmante, ma anche dura. E' l'incontro di due storie diverse, di tanti anni vissuti separatamente. Ognuno ha i suoi interessi, le su realizzare se stesso. e idee; di qui viene la ricchezza dell'incontro. Ognuno deve rispettare la personalità dell'altro e aiutarlo a
Il rapporto a due diviene così scelta di stare insieme, di camminare, di costruire una realtà nuova. Ed è l'amore: offrire la propria disponibilità a donarsi all'altro, con impegno di fedeltà reciproca. E' il passaggio verso la stabilità, la quotidianità, all'amore come scelta di vita. Tutto questo passa attraverso alcuni momenti di crescita, in cui si è protesi alla conquista di alcune tappe. Il superamento delle proprie posizioni, dei propri modi di pensare, di agire, rappresenta il primo passo concreto per andare incontro all'altro.
Lo svincolo e l'autonomia dalla propria famiglia d'origine, dalle regole, dalle modalità e dalle consuetudini che vigono in essa, rappresenta un passo decisivo per il costituirsi ed il vivere la coppia.
Questo permetterà la definizione delle regole proprie della coppia: regole che potranno essere sia riconosciute e dichiarate da entrambi o quelle implicite, date per scontate ed assodate.
Sarà necessario che i due arrivino entrambi a definire e sperimentare le regole di base del loro rapporto, non lasciando nulla di intentato o all'improvvisazione.
Accanto alle regole si perverrà alla definizione dei rispettivi ruoli all'interno della coppia.
Il passo successivo è quello di costruire il proprio terreno comune: tutto ciò che definisce l'essere di coppia, tutto ciò che diviene patrimonio di entrambi, quindi i progetti, le aspirazioni, l'agire, le scelte che caratterizzano la coppia.
Nel costruire il proprio essere di coppia si dovrà tenere presente alcune dimensioni, che divengono parte fondante della coppia stessa:
- l'attenzione alla persona in quanto tale e prima di ogni altra cosa, quindi rispetto di sè e dell'altro, di ciò che egli è e
non come lo vorrei, di ciò che è stato e di ciò che è;
- la stima di sè e dell'altro, avendo fiducia nelle proprie e nelle altrui potenzialità, accettandosi ed accettando tutto
quello che costituisce il patrimonio personale di entrambi;
- il realismo della propria e dell'altrui possibilità, chiamando per nome i pregi ed i difetti;
- la trasparenza nel mostrarsi in verità, avendo il coraggio di comunicare all'altro i propri sentimenti profondi;
- la meraviglia dell'altro per come è, scoprendo ogni giorno il lato buono, gioendo e meravigliandoci di queste continue scoperte che rivitalizzano il rapporto;
- la gratuità nel farsi dono continuo e costante all'altro, mostrando disponibilità ad un aiuto vero e disinteressato.
DOCUMENTAZIONE
Da Eric Fromm:
L'amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un'attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso un "oggetto" d'amore. Se una persona ama solo un'altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egoismo portato all'eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l'amore sia costituito dall'oggetto, non dalla facoltà di amare. Infatti essi credono perfino che sia prova della loro intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona "amata". Poichè non si vede che l'amore è un'attività, un potere dell'anima, si ritiene che basti trovare l'oggetto necessario e che, dopo ciò,"tutto vada da sè". Questa teoria può essere paragonata a quella dell'uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l'arte sostiene che deve solo aspettare l'oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato.
Se io amassi veramente una persona, io amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire ad un altro"Ti amo", devo essere -in grado di dire"Amo tutti in te, amo il mondo attraverso di te, amo in te anche me stesso".
Dott. Argentino Cagnin

lunedì 31 marzo 2008

Il colesterolo

Il colesterolo è una molecola lipidica sterolica, tipica degli organismi animali, soprattutto dei Vertebrati. È presente in tutti i tessuti e in maggior quantità nel cervello, nella bile e nel sangue. A causa della sua struttura ha caratteristiche idrofobiche ed è quindi scarsamente idrosolubile. L'intestino lo assorbe grazie ai sali biliari.

È presente sia in forma libera (35-40% del totale) sia esterificato con acidi grassi a catena lunga. La sintesi del colesterolo si svolge soprattutto a livello epatico, anche se vi partecipano numerosi altri organi (surrene, testicolo, aorta ecc.). Il colesterolo viene invece eliminato con la bile, trasformato in acidi biliari e poi in sali biliari (dai calcoli biliari il colesterolo può essere ottenuto allo stato puro cristallino).

Sul colesterolo esiste molta disinformazione. Se a livelli di competenza elevati si è sufficientemente obbiettivi, a bassi livelli si rivendono spesso informazioni vecchie o mal comprese. Questa pagina vuol dunque fare chiarezza sull'argomento.


Il fattore di rischio
In base all'ultima analogia è abbastanza semplice capire che un valore di colesterolo totale nel sangue (colesterolemia) superiore alla norma non è di per sé preoccupante, soprattutto se non esistono altri fattori di rischio cardiovascolare (le lipoproteine LDL provocano comunque una proliferazione cellulare che può restringere il lume delle arterie), occorrendo distinguere fra colesterolo cattivo (legato alle lipoproteine LDL) e colesterolo buono (legato alle HDL). La vecchia interpretazione considerava valori ottimali quelli inferiori a 240 mg/dl di colesterolo totale (a 200 mg/dl o addirittura a 160 mg/dl se sono presenti fattori di rischio cardiovascolare o è già in atto una coronaropatia) e inferiori a 160 mg/dl di colesterolo LDL (rispettivamente 130 mg/dl e 100 mg/dl nel caso di fattori di rischio o di coronaropatia). La vecchia interpretazione considerava solo il colesterolo totale anche perché nella popolazione sedentaria (e spesso con cattiva alimentazione) il colesterolo buono è molto basso. Con il diffondersi di concetti salutistici (attività fisica e alimentazione sana) ciò non è più vero e l'incremento del colesterolo buono spesso porta il totale oltre i vecchi valori di attenzione. Oggi, per una valutazione migliore della situazione, si considera l'indice di rischio cardiovascolare, cioè il rapporto fra colesterolo totale e colesterolo buono HDL; tale indice per un soggetto sano deve essere inferiore a 5 per l'uomo e a 4,5 per la donna. Un soggetto con colesterolo totale a 250 e colesterolo buono a 85 ha un indice di rischio a 2,94 ed è in una condizione decisamente migliore di chi ha il colesterolo totale a 200 e quello buono a 40, dove l'indice di rischio vale 5. Per i dettagli si veda l'articolo sui grassi saturi (L'accusa).
L'importante è capire che il valore del colesterolo totale ha scarsa rilevanza e che ciò che conta è l'indice di rischio.


sabato 22 marzo 2008

L'herpes labiale

L'herpes labiale è un'infezione causata da un virus, chiamato herpes simplex, che compare generalmente sulle labbra.
Inizialmente, l'herpes labiale si manifesta con un leggero pizzicore e un senso di calore su un punto arrossato del labbro. Nel giro di poche ore, alcune vescicole ripiene di liquido limpido, spesso dolorose, cominciano a svilupparsi nella stessa zona del punto iniziale: ecco accertata la comparsa dell'herpes labiale.
Meno frequentemente, le vescicole possono formarsi sulle guance o sul palato.
Una volta terminato il processo infiammatorio, le vescicole provocate dall'
herpes labiale si asciugano e formano una crosticina giallastra che scompare nel giro di 7-10 giorni, anche senza alcun trattamento.
La comparsa dell'
herpes labiale può coincidere con uno stato di malessere, una febbre, dopo l'inizio delle mestruazioni, uno stress, una intensa esposizione alla luce del sole o dopo aver mangiato particolari cibi.
L'infezione provocata dall'
herpes labiale ricompare, purtroppo, con facilità poichè il virus sopravvive all'interno delle cellule e non viene eliminato neppure con l'impiego di farmaci efficaci.

Come comportarsi
  • Non grattate le vescicole dell'herpes labiale e non toccate gli occhi.
  • Lavate spesso le mani con acqua e sapone.
  • Se avete già sofferto in passato di questo disturbo, il vostro medico vi avrà probabilmente prescritto una crema specifica, contenente una sostanza antivirale, da applicare sul punto delle labbra in cui si stanno formando le vescicole dell'herpes. Usatela al più presto, non appena avvertite i primi sintomi.
  • Se non utilizzate una crema specifica, è consigliabile l’uso di creme protettive specifiche per le labbra che possono aiutare a lenire il fastidio temporaneo.
  • Se soffrite periodicamente di herpes labiale, proteggete le labbra con un filtro solare ad alto fattore di protezione quando vi esponete al sole intenso, soprattutto sulla neve.
  • Evitate il contatto delle vostre labbra con il corpo di altre persone, fino a quando le vescicole non siano completamente scomparse: ricordate che l'herpes labiale è molto contagioso!
  • Evitate alimenti troppo caldi o troppo freddi che possono provocare fastidio alle aree lesionate

venerdì 21 marzo 2008

La tristezza come risorsa

La tristezza è una emozione normale che può anche arricchire la vita. Molti artisti e poeti sono stati ispirati dalla tristezza e dalla malinconia. Inoltre si tratta di un sentimento normale e fisiologico nel processo di perdita. Quando diciamo addio a qualcuno che amiamo generalmente ci sentiamo tristi, il nostro tono dell’umore vira verso la depressione e il sentimento è tanto più profondo se la perdita della persona amata è legata ad un evento luttuoso.
La tristezza però ci aiuta ad apprezzare la felicità, le variazioni dell’umore, se motivate dagli eventi, sono sintomo proprio di una buona salute psichica. Sono state identificate alcune situazioni in cui la tristezza percepita è addirittura una risorsa importante per arricchire la propria vita emotiva e che gli esperti del sito americano www.about.com hanno illustrato:
1. permetti a te stesso di essere triste: rigettare i sentimenti e le emozioni meno gradite quando si presentano, a lungo termine può danneggiare;
2. rifletti riguardo ai contesti in cui ti senti triste. Sono legati a perdite o a eventi infelici? Oppure insorgono senza un motivo apparente? Generalmente non è così semplice comprendere chiaramente la causa della tristezza, ma può essere possibile analizzare i fattori che più spesso ne sono coinvolti;

3. la tristezza può essere il risultato di un cambiamento che non ci si attendeva, o può essere il segnale del bisogno di un cambiamento nella propria vita. I cambiamenti sono quasi sempre stressanti, ma necessari per crescere;
4. Tenta di capire quando la tristezza rischia di trasformarsi in depressione. Non sono affatto la stessa cosa, nonostante spesso vengano usate come sinonimi. Chiedi aiuto se la tristezza diventa troppo intensa, troppo duratura o se sfocia nella disperazione.
È importante chiedere aiuto se si fa esperienza di più di due di questi persistenti sintomi di depressione (che devo presentarsi continuativamente per almeno sei settimane):
  • Tristezza persistente, ansia, senso di vuoto;
  • Pessimismo, mancanza di speranza;
  • Sentimenti di colpevolezza, percezione di non poter ricevere aiuto;
  • Perdita di interesse e piacere nelle attività preferite, incluso il sesso;
  • Perdita di energie, fatica, senso di ‘rallentamento’;
  • Difficoltà di concentrazione, di memoria, di prendere decisioni;
  • Insonnia, risvegli precoci, oppure sonnolenza eccessiva;
  • Perdita di peso o aumento di peso;
  • Pensieri di morte e suicidio;
  • Irritabilità; sintomi fisici come mal di testa e difficoltà di digestione.

martedì 18 marzo 2008

Quando il sesso è una malattia

Per molte persone fare l'amore smette di essere un piacere e/o scambio affettivo con il partner, un mezzo per comunicare emozioni e tenerezza per diventare qualcosa di diverso: una costante ossessione che rischia di rovinare la vita e le relazioni.
Ma come distinguere una vivace (e normale) sessualità dalla dipendenza sessuale vera e propria? Il sesso dipendente usa il sesso come ansiolitico e antidepressivo: la sfrenata sessualità serve come antidoto ai problemi e alle delusioni della vita.
Il rilassamento indotto dall'orgasmo diventa l'unico modo per gestire l'ansia e il senso di inadeguatezza.
Tutta la giornata del sesso dipendente ruota intorno alla ricerca del piacere sessuale, per il quale tutto il resto (compresa la propria salute, la propria famiglia e il proprio lavoro) passa in secondo piano.
Le pratiche sessuali possono essere le più varie: masturbazione, rapporti sessuali persone che non si conoscono, con prostitute, esibizionismo, voyeurismo, pratiche di tipo sadomasochistico, fantasie sessuali ossessionanti, acquisto di materiale pornografico, utilizzo di servizi erotici al telefono, via internet e altro ancora.
Inoltre, la sessualità del dipendente sessuale non è veramente appagante: spesso, dopo il piacere, vengono i rimorsi, i sensi di colpa e il disgusto verso se stessi.
Nonostante il sesso dipendente si renda perfettamente conto delle conseguenze distruttive dei suoi comportamenti, non riesce a smettere.
Rimangono vittime del loro ciclo di dipendenza nonostante promettano più volte a se stessi e agli altri di smettere. La dipendenza sessuale ha preso il sopravvento sulla loro capacita di scegliere.
Chi è il dipendente sessuale ?
In una ricerca condotta da un'equipe di sessuologi dell'Istituto italiano per lo studio delle psicoterapie, Filippo Petruccelli, Elisabetta Notaro e Nada Loffredi e di prossima pubblicazione, circa il 6% degli italiani fra i 20 e i 45 anni manifesta chiari sintomi di dipendenza sessuale.
Apparentemente il dipendente sessuale è una persona educata e ben inserita nella società: il soggetto tipico affetto da questo "disturbo" è in Italia un uomo, la cui età si aggira intorno ai 30 anni, con relazione sentimentale stabile, laureato e senza particolari problemi economici.
Spesso, però chi soffre di dipendenza sessuale presenta anche altri problemi: un alto livello d'ansia, depressione latente, la tendenza ad avere dei comportamenti aggressivi nei confronti del coniuge o dei figli.
In genere il sesso dipendente è una persona molto sola: anche se è apparentemente circondato di amici, si tratta in realtà di relazioni molto superficiali e basate sull'apparenza.
Infatti chi è sesso dipendente teme l'intimità : nei rapporti sessuali il partner viene trat
tato più come un oggetto di piacere o un oggetto da dominare, che come un altro essere umano con cui avere uno scambio affettivo.

Le conseguenze della dipendenza sessuale.
La dipendenza sessuale, come tutte le altre forme di dipendenza, è un disturbo invalidante che sconvolge la vita di chi ne soffre.

  • A livello fisico: la persona può sviluppare disfunzioni sessuali tradizionali (eiaculazione precoce o ritardata, anorgasmia ecc) malattie veneree o problemi come ulcera, pressione alta, vulnerabilità alle malattie, esaurimento fisico o problemi col sonno.
  • A livello emotivo: chi soffre di questo disturbo vive in un costante stress dovuto al terrore di essere scoperto. Sono comuni sentimenti di vergogna, depressione, sensazioni di impotenza e disprezzo verso se stessi.
  • A livello economico: la dipendenza sessuale può essere molto costosa. Attività come frequentare prostitute, le telefonate erotiche, articoli di sexy shop sono ovviamente dispendiose.
  • A livello cognitivo: spesso la persona non riesce a concentrarsi a causa delle fantasie sessuali assillanti .A questo livello anche il rendimento sul lavoro ne risente.
  • A livello relazionale: in genere i dipendenti dal sesso temono l'intimità. Il sesso praticato da chi soffre di questo disturbo è una sessualità spersonalizzata e degradante. La doppia vita condotta dai sesso dipendenti accentua i loro sentimenti di solitudine e isolamento. Se sposato, chi soffre di dipendenza sessuale ha di solito dei gravi problemi matrimoniali.
Le cause della dipendenza.
Le persone che soffrono di qualche forma di dipendenza si servono della loro dipendenza per far fronte a dei sentimenti dolorosi. In questo caso ,il sesso diventa un modo per tenere a bada la sofferenza emotiva.
Ma anche esperienze negative di altro genere ,come la morte di un familiare o altre esperienze dolorose, possono aver creato una sorta di vulnerabilità psicologica che predispone le persone alla dipendenza.

Per concludere riporto le parole di un ragazzo che ha superato la dipendenza sessuale:

Per uscire dalla dipendenza devi innanzitutto cercare di capire che funzione ha questa su di te, tenendo presente che la dinamica è identica per tutti i pornodipendenti e anche per i dipendenti in generale.
Il dipendente è una persona che ha paura (per esperienze negative avute nella propria infanzia e adolescenza) delle proprie emozioni reali, e si è creato uno schermo difensivo per non provarle.
Ma poiché non è possibile vivere senza emozioni, noi ci creiamo, con la fruizione della pornografia, un mondo emozionale a nostra misura, che noi possiamo gestire perfettamente e che ci permette di non diventare pazzi.
Il problema è che questa struttura, questo sistema di emozioni fittizie, ci allontana dal mondo reale e ci fa piombare in una pazzia parallela a quella che volevamo evitare. E allora la soluzione è cercare di capire che cosa non abbiamo dato a noi stessi e impegnarsi con tutte le proprie forze per saldare questo debito con noi stessi.

Dottoressa Anna Zanon

giovedì 13 marzo 2008

Freddo e cambio dell'ora

Quante volte si può essere presi dal malumore a causa del maltempo. Il corpo ha bisogno di acclimatarsi e adeguarsi ai mutamenti climatici attraverso meccanismi protettivi endogeni, quali cambiamenti nella sudorazione e nell'irrorazione ematica cutanea.
Ora poi che l'autunno è entrato nel vivo ed inizia a dare i primi segni del sopraggiungere dell'inverno è molto probabile alzarsi la mattina, guardare fuori dalla finestra e osservare non più i caldi raggi del sole estivo, ma piuttosto un cielo grigio, magari nuvoloso e piovoso. Si tende di conseguenza a passare meno tempo all'aria aperta e a coprirsi di più; le giornate sono più corte, meno luminose e si trascorre più tempo in ambienti chiusi: queste condizioni climatiche possono provocare sbalzi d'umore e peggiorare i sintomi depressivi.
Si pa
rla di meteorosensibilità, quando si è in presenza di una accentuata suscettibilità a vento, temporali e neve che provoca malesseri psicologici, nervosismo, ansia, ma nessun disturbo fisico specifico. In particolar modo da alcune ricerche è emerso che sono soprattutto le persone emotive, nervose, rigide e con la tendenza a voler tenere tutto sotto controllo, ad essere predisposte alla meteorosensibilità; inoltre risulta anche che ne soffrono più facilmente le donne ed in particolare quelle che hanno superato i quarant'anni.
Un'ipersensibilità ai fenomeni atmosferici alla lunga però può predisporre a soffrire di meteoropatia. La cosiddetta meteoropatia è un disturbo legato a improvvisi cambiamenti climatici i quali influenzano in modo determinante la sfera psicologica e fisica di una persona. Tale disturbo colpisce in Italia una persona su tre ed è più frequentemente riscontrabile nelle aree industrializzate. Le cause del malessere dovute alla meteoropatia non sono ancora chiare ed infatti molte sono le ricerche in corso rispetto a questo problema. I sintomi più frequenti consistono in: dolori reumatici, nervosismo, artrosi accentuata, ansia, depressione, spossatezza fisica e mentale, mancanza di concentrazione, tachicardia, emicrania e insonnia.
La causa che spiega tale disturbo risiede
nell'ipotalamo in cui è localizzato anche il centro di termoregolazione corporea. Questo "termometro interno" ha il compito di mantenere costante la temperatura corporea, regolando i processi di dispersione e di produzione del calore. La reazione meteoropatica si innesca durante il passaggio da una situazione climatica all'altra, dove soprattutto i venti (ma anche il temporale, l'umidità, il freddo e il caldo), che comportano una variazione nello stato elettrico dell'aria con un aumento di ioni positivi, provocano i sintomi più fastidiosi.
Dagli studi effettuati in questo settore è emerso che questo problema è in aumento, anche a causa di aria condizionata
e riscaldamento che rendono "pigro" il sistema di termoregolazione corporea, facendolo risultare meno reattivo quando deve fronteggiare repentini cambiamenti climatici resi più frequenti dall'inquinamento e dall'effetto serra. Inoltre, anche lo stress e i ritmi di vita frenetici rendono le persone meno inclini a reagire positivamente e ad adattarsi alle stimolazioni atmosferiche.
Ma come è possibile sconfiggere la meteoropatia
? È importante stimolare il sistema di termoregolazione, ciò significa prima di tutto stare all'aria aperta, praticare una costante attività fisica (soprattutto nuoto), fare idromassaggio e sauna (in questo caso è opportuno verificare che non ci siano controindicazioni). È consigliabile utilizzare uno ionizzatore per contrastare lo squilibrio elettrico immettendo nell'aria ioni negativi. Bisogna anche evitare gli ambienti fumosi e con un riscaldamento troppo elevato, utilizzare umidificatori e favorire il ricambio d'aria aprendo spesso le finestre.
Ecco alcuni consigli basilari d
a tenere in considerazione soprattutto durante i cambi di stagione per chi soffre di meteoropatia: - seguire una dieta ricca di vitamine (in particolare di vitamina C); - dedicarsi ad attività piacevoli che servano anche a diminuire l'ansia; - vestirsi a "cipolla" per adattarsi ai vari ambienti e alle diverse temperature; - fare docce alternando acqua calda e fredda; - programmare le proprie attività in base alle previsioni del tempo, anche - per essere psicologicamente preparati; - non abusare del riscaldamento o dell'aria condizionata; - tenere a mente che i malesseri legati ai cambiamenti climatici spariranno quando il fenomeno atmosferico scatenante finisce.
È importante a mio avviso soffermarsi sul fatto che il clima sta diventa
ndo sempre più "pazzo" e questo, alla luce di quanto detto finora, rappresenta un problema fondamentale per i meteoropatici, e non solo. Cerchiamo allora nel nostro piccolo di contrastare l'inquinamento, lo spreco energetico e tuteliamo di più la terra e i posti in cui viviamo per una qualità della vita migliore e più salutare.
Oltre alle variazioni climatiche improvvise
può influire sull'umore (soprattutto per le persone più abitudinarie) anche il passaggio dall'ora legale all'ora solare e viceversa. Non a caso dovremo mettere le lancette dell'orologio un'ora indietro nella notte tra sabato 27 e domenica 28 ottobre; l'ora solare rimarrà fino all'ultima domenica di marzo 2008. Gli effetti del cambiamento d'orario dovuto all'ora legale comportano uno sfalsamento nei ritmi biologici delle persone talvolta come un vero e proprio jet lag, con conseguenze quali la perdita di sonno, la modifica delle abitudini alimentari, cefalea, irritabilità, sbalzi d'umore. Le modalità per fronteggiare questi disturbi sono: - cercare di non modificare troppo l'orario abituale della sveglia; - fare un pasto leggero la sera prima del cambio d'orario; - se si è un po' giù di tono fare passeggiate con la luce durante la giornata.
Elisabetta Rotriquenz

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